Compromessi

La parola “compromesso” è interessante.
Ha due significati. Il primo, che così – puramente a orecchio – mi pare il meno corrente, riguarda il suo uso come aggettivo che significa “messo a rischio, irrimediabilmente danneggiato”. Il secondo invece riguarda il sostantivo, che significa “accordo”.
Ecco. A volte mi sembra di confondere il primo significato con il secondo, come compromettessi qualcosa compromettendomi (si veda il significato del verbo “compromettere” per capirci qualcosa).
Pensavo per esempio al Compromesso storico. In teoria è stato un accordo. Storico per l’ampiezza del suo impatto sulla storia? Non so bene. Ma, ad ogni modo, non è che poi la storia dell’Italia se n’è finita in fondo un po’ compromessa? Se si guarda a come sono proseguite le cose, tra l’omicidio Moro e i rimpasti di governo che continuano ancora ora… Mah…
Immaginavo una storia in cui il protagonista, bambino – i bambini hanno un senso più spiccato per la realtà degli adulti: quando si illudono sanno che lo stanno facendo e per il resto prendono tutto molto sul serio – si sbagliasse tra i due significati del termine, preoccupandosi terribilmente una volta assodato che la storia si trovava irrimediabilmente compromessa.
Le parole, almeno a me, giocano spesso questi brutti scherzi. Sarà forse una mia personale interpretazione dell’arbitrarietà del segno di cui parlavano gli strutturalisti. Vale a dire un modo mio di approssimare nel connettere significati a significanti di mia personale rappresentazione. Sarà anche che le parole sono difficili da cogliere nella loro complessità – o almeno così a me sembra, che non riesco a tenere a mente alcuna definizione letta dal dizionario. Sarà ancora la mia formazione da traduttrice che mi spinge a dubitare a volte eccessivamente delle parole scelte da un autore, altre volte non abbastanza, a seconda della comprensione che credo di averne.
Sta di fatto che un compromesso – e ci risiamo – mi pare necessario, tra il fatto di ambire a una certa precisione e quello di avere un maledetto vizietto per l’approssimazione.
Di mentire a me stessa non sono capace, figuriamoci di mentire a qualcun altro. L’urgenza della scrittura richiede immediatezza e l’immediatezza – che pur spesso racchiude lampi di emotività spontanea, immagini comunicative, senso di bellezza intrinseco – porta approssimazione. E l’approssimazione mi rende imprecisa e pure un po’ cogliona.
Quanto esigenti si deve essere nei confronti delle proprie parole perché esse non si trovino compromesse nel compromesso?
Eh. Bella domanda.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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