Senza deragliare

Camminano uno accanto all’altra lungo il canale, senza parlarsi.
Lei guarda l’acqua, i cerchi concentrici intorno a qualcosa che è caduto dall’alto, gli alberi sull’altra sponda, un cane che annusa tutto e innaffia ogni albero al suo passaggio, l’erba sotto le scarpe, i propri passi cauti, appesantiti di una stanchezza accumulata da anni.
Lui la guarda e lo sguardo che posa da qualche parte tra gli occhi e la bocca si fa sentire leggermente pesante contro l’assenza di quello di lei.
Ma forse è soltanto quel che si dice lei, mentre immagina che dovrebbe guardarlo e gli occhi non reagiscono, non vogliono, non ce la fanno, le fanno resistenza, catturati dal vortice dell’incostanza, dai repentini quanto inspiegabili e irrinunciabili femminili cambiamenti d’umore.
Lui prova a passarle una mano sulla schiena, delicatamente, con le dita tremanti della paura di esser brusco e bruscamente provocare un distacco, un’assenza ancor più crudele di quella cui lei lo sottopone già. Ha il terrore che sia colpa sua, lui. Di essersi perso qualche fondamentale dettaglio, un impercettibile quanto imprescindibile segnale di malessere che avrebbe dovuto esser ascoltato a tempo e invece è scivolato via, nella rete a maglie troppo larghe della sua maschile indifferenza.
Il calore della mano di lui la scuote, muove una sensazione dentro la pancia, come una fame che si risvegli alla vista di una pietanza succulenta; un vuoto, che vorrebbe esser riempito, stimolato da una presenza, un contatto. Eppur non dice niente, lei. È sicura che quel desiderio non sia stato percepito. È delusa, mentre le solite, note, fastidiose vocettine le ripetono nella testa: “ma come vuoi che se ne sia accorto se tu stai sempre a guardar l’acqua come un monaco buddista in ritiro e le emozioni le hai inghiottite insieme ai morsi della fame? Quanto sei stronza!”.
A lui – tutti gli organi di senso all’erta, come un segugio in cerca del tartufo – pare questa volta di non aver perso nulla; è quasi sicuro che un piccolo sussulto ci sia stato. Forse un sottile movimento del mento, la piega delle labbra appena più incurvata verso il basso, gli occhi, più lucidi, forse emozionati. Ma che significa? Non ci capisce niente lo stesso, almeno però la paura di esser stato brusco l’ha, seppur momentaneamente, lasciato. Gli sembra già una conquista.
Lei – presa dalla voglia di metter a tacere le voci e che sia una volta per tutte – si gira piano a guardarlo. È sicura, ora al cento per cento, che lui non le abbia mai tolto lo sguardo di dosso. Gli sorride, forzando sulla bocca, che, come gli occhi, le resiste senza ragione evidente.
Seguono altri passi. Silenziosi. Ciascuno assorto nei propri pensieri troppo veloci e meccanici per non mascherare una solitudine, l’inadeguatezza al contatto, il non deragliare mai di ognuno dei due su binari che restano costantemente, tediosamente paralleli. Un incontro, uno scontro, entropia di molecole, emozioni scomposte come cavalli senza briglie. Si potrà mica rischiare?
Ma le vocine non si placano, la paura di non esser adeguato ritorna: si finisce per rischiare.
Uno sguardo di uno per l’altra, dell’altra per l’uno. Il canale, di nuovo solitario, si perde sullo sfondo. Il cane continua a fare tappe a intervalli regolari, innaffiando le piante, che ci sia oppure no qualcuno a guardarlo.
Un incontro – scontro – di occhi, pupille dilatate dalla sorpresa di guardarsi per la prima volta davvero. Un contatto, fugace presenza effimera di cui non si ha l’arte del prevedere la durata, non si può mai sapere, si è costretti ad affidarsi al caso.
«Mi pare di aver fatto troppi sforzi», non controlla bene la voce, lei. Esce come un soffio che magari dovrà esser ripetuto per raggiungere le orecchie di lui.
«Ti sembra che io non ne faccia abbastanza?», lui che invece ha sentito benissimo e di cui la voce trema leggermente, l’inadeguatezza che ritorna; più acuta, più penetrante, fa male da qualche parte, forse tra le costole, affanna appena il respiro.
«No, non dico questo, vorrei soltanto farne meno io»
Osare così non le è consueto, ma le vocine tacciono, i cavalli tornano a trottare tranquilli.
«Ho paura di perderti»
La voce rotta prodotta dalle proprie corde vocali gli risulta tanto insolita da chiedersi se non appartenga a un altro, arrivato lì sul momento, improbabile amante temuto di lei, da sempre segretamente nascosto dentro all’armadio e infine venuto alla luce, smascherato.
Ma no, che scemo. La voce è la sua. Che parla, spezzata, di verità talmente sotterrate da essersi perse, probabilmente in meandri oscuri fatti di budella e viscere, organi, racchiusi da qualche parte in lui, in uno spazio indefinito che potrebbe trovarsi ovunque tra il pube e la gola.
Lo abbraccia, lei, e stringe. La fame, sparita, sembra nutrita. L’irresistibile desiderio di una compresione, anche soltanto abbozzata, pare svanito, forse soddisfatto, forse placato, non lo sa bene neppure lei.
Forse?
Forse.
Il vuoto, mezzo pieno, mezzo chissà, sembra dipendere da come tira il vento. Si muovono, secondo l’aria che tira, i lembi di due individualità che a volte si sfiorano, di sfuggita. A volte – più spesso – no.
Camminano uno accanto all’altra lungo il canale, senza parlarsi, di nuovo.
Di nuovo i passi seguono i passi precedenti, lo sguardo di lei catturato dai dettagli, quello di lui, catturato da lei.
Senza deragliamenti, senza scosse, nessuno scontro pericoloso, nessun contatto brusco, nessuna inadeguatezza, nessun appetito.
Silenzio.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

  1. Quello che vogliamo è essere ascoltati, comunicare, trovare punti di contatto, a volte ci si riesce, altre no, e spesso non ci si riesce proprio per il timore di essere fraintesi. Bello!
    Un saluto
    Alexandra

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  2. Grazie per il tuo commento, Alexandra! 🙂

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