“Film blu” di Krzysztof Kieślowski, “Inside out” e la tristezza

Blu come una nostalgia, un passato che si vuole lasciare alle spalle, un dolore, una tristezza che si pretende di asciugare logicamente, razionalmente, con un’azione mentale di cancellamento di materiale che ingombra il cervello.
“Fino a che punto siamo davvero liberi?”, si domanda Krzysztof Kieślowski in Film blu, primo film della trilogia Tre colori, dedicata ai colori e ai valori della bandiera francese: liberté, égalité, fraternité. Si pone questa domanda, Kieślowski e intende la libertà in senso ampio, non sociale o politico, ma esistenziale, come libertà della vita stessa.
Dal canto mio, interpreto il concetto come la capacità di mantenere autonomia e indipendenza di fronte ai conflitti interiori imposti dalle situazioni vissute, insieme alla facoltà di assumersi la responsabilità intrinseca che questa libertà implica.
“Fino a che punto siamo davvero responsabili di quel che ci succede?”, è allora la domanda che aggiungerei a quella del regista polacco.
È proprio il conflitto in cui si trova presa una Juliette Binoche strepitosa, dagli occhi segnati da una tristezza combattiva, mentre cerca di far fronte alla morte accidentale del suo uomo e della loro bambina. Le soluzioni razionalmente stabilite lasciano spazio via via a improbabili coinvolgimenti emotivi e situazioni che la condizione dolorosa di partenza non lasciava prevedere. Il tutto in tinte di blu e rimandi agli altri colori della trilogia.

Inizando a scrivere questo post, tuttavia, avevo immaginato parole che ruotassero intorno alla tristezza, in maniera completamente decorrelata dal film. Un fluire libero d’immagini, suoni, colori, che ruotasse intorno a questa emozione. È stato il personaggio blu che in Inside out impersonifica la tristezza che ha fatto riemergere i ricordi del film di Kieślowski da un passato piuttosto remoto.
Film blu uscì nel 1993. Lo vidi allora al cinema, in un anno segnato da una buona dose di nostalgia e tristezza per me, e fu soprattutto il blu di tante scene a restarmi impresso. Più tardi trovai il Film bianco e il Film rosso molto meno accessibili e molto meno significativamente “colorati”.

Volendo scrivere della tristezza il blu è allora venuto a imporsi, insieme al vincolo esistenziale della responsabilità, strettamente legato alla libertà umana. Associazione d’idee estremamente interessante. Fil rouge – ma sarebbe addirittura il caso di dire piuttosto fil bleu – che merita seguire.
Sia nella ruota delle emozioni di Robert Plutchik che in quella di Kaitlin Robbs, infatti, la tristezza è segnalata dal colore blu. L’associazione con il colore sembra essere piuttosto unanime, così come il legame forte di questa emozione con fatti e eventi che provengono più spesso dal passato che non dal presente o da proiezioni sul futuro.
Proprio di questo avevo deciso di scrivere: di una tristezza antica, di cui è difficile capire il senso e la ragione di esistere – così come capita alle altre emozioni di Inside out quando si chiedono a cosa “serva” Tristezza – che a volte prende proporzioni enormi, magari soltanto per qualche ora. Solitamente si riesce soltanto a mala pena a intravedere il legame di questa emozione improvvisa quanto scomoda con qualcosa di non meglio definito nel passato: una nostalgia, un dolore, un irrisolto, non si sa bene.
Eppure, proprio a proposito di questo tipo di tristezza non meglio definibile, nelle ruote delle emozioni, così come nei due film citati, l’emozione non è caratterizzata soltanto dai suoi aspetti negativi e difficili da gestire, bensì se ne sottilineano gli aspetti positivi che proteggono la persona e le permettono di sentire o esprimere il proprio bisogno di affetto, socialità, contatto, amore. Magari per riparare situazioni del passato in cui questo bisogno rimase inascoltato o non completamente soddisfatto.
Il blu, d’altro canto, come colore freddo, potrebbe richiamare sensazioni di nostalgia, profondità, liquidità legate alle sfere più interne dell’essere, ma, al tempo stesso, come colore associato all’acqua, al cielo, al mare e all’orizzonte, apre spazi esterni scofinati, sprona a spiccare il volo o lasciarsi sostenere dal liquido, abbandonando il proprio corpo, come a ricordare che, se c’è fiducia, un appoggio si troverà. Le due polarità della tristezza sembrano dunque giustamente rappresentate.
E anche Juliette trova l’amore, la bimba di Inside out il conforto dei propri genitori e nelle ruote delle emozioni la polarità della tristezza con la gioia o la felicità costruisce due mondi paralleli, facce indissociabili di una stessa medaglia, che si compenetrano e devono necessariamente coesistere.

Un messaggio di libertà intrinseca alla condizione umana sembra chiudere il fil bleu. E chissà, forse anche Kieślowski si rispose che sì, siamo piuttosto liberi, a patto di prendere la contropartita di responsabilità e fare pace con il nostro passato, i nostri conflitti, le inevitabili polarità che ci caratterizzano.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

Un Commento

  1. Ho rivisto “Inside out” ieri. A parte il buonismo di alcune scene e gli stereotipi sul maschile e il femminile, l’approccio della polarità gioia-tristezza è davvero interessante e accessibile allo sguardo di un bambino.

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