Sotto vuoto

Senza respiro, vivo sotto vuoto da sempre. In apnea, come un pesce senza branchie, provo a esistere ugualmente, da qualche parte, senza disturbare.
Nemmeno un soffio, nemmeno un’inspirazione un po’ più rumorosa del silenzio, nemmeno un piccolo impercettibile movimento del basso ventre.
Niente, non c’è aria, non si respira.
Vivo sotto vuoto come il pesce congelato. Mi mettessero otto minuti in padella, nell’olio bollente, sarei ottima da mangiare. O forse no, forse appena un po’ indigesta.
Dicono che la carne che morendo ha avuto paura sia troppo carica di adrenalina e non faccia bene alla salute. Anche io, forse, non sarei buona.

Pensieri che non si ritrovano, vagano spersi cercando di ammazzare il tempo, di un’attesa che sarà ancora lunga, ancora difficile da sopportare.
Scrivere per fare circolare l’aria. Ma se questa è viziata, c’è poco da fare, inutile illudersi.
Tutte le mie illusioni mi accompagnano nel sacchetto Cuki gelo che mi avvolge. Tutte le storie che ho da sempre saputo raccontarmi con maestria, tutti quei balletti pieni di paillettes e lustrini, tutte le immagini della mia vita che mi scorrono davanti. Troppo veloci. Troppo maledettamente veloci per potersi fermare.
Riposarsi, chiedersi dove si va, respirare.

Senza respiro, vivo sotto vuoto da sempre. In apnea, come mi avessero messo la testa sott’acqua, mi avessero avvolta strettamente nel cellophane.
Poi me ne accorgo. Triste, non so cosa farci.
Poi mi insegnano: prendere boccate più ampie, aprire la bocca bene, alzare le braccia per accompagnare il movimento, visualizzare l’arrivo glorioso sulla cima di una montagna.
E imparo.

Respiro quella prima aria come fosse la sola su Terra, ricordo tutte le montagne scalate, gli arrivi in vetta con il fiatone.
Respiro di nuovo, con più calma. Il ventre si gonfia e si sgonfia buttando l’energia a terra, comme un sistema di salvataggio da possibili guasti elettrici.
Respiro e l’aria si rimette in circolo dentro a viscere malate, imputridite dalla troppa stagnazione.

L’aria che entra ed esce, a intervalli regolari, ricorrenti, normali.
Il vento dei possibili che si porta dietro, come uno Scirocco che arriva dopo un lungo inverno.
Riscalda, protegge, aiuta.
Rigenera.
Invita
a
vivere.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

  1. Natale Pace

    La condivido Chiara nel mio gruppo fb HO VOGLIA DI VERSI perchè è una bella lirica, anzi, di più. Un abbraccio

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