Prosaicamente, poeticando

Apparso su Circolo 16 il 3 maggio scorso.

Verso i miei diciotto anni uno dei miei migliori amici dell’epoca mi disse, sdegnato, che io scrivevo poeticamente ma in prosa.
Lui che – per una questione di lotte di classe, di famiglia contadina, di tradizione emiliana di sinistra, non so dire esattamente perché – dava su tutto il primato alla prosa – così come ai prodotti della terra, al lavoro manuale, alla mortadella piuttosto che al culatello – mi disse che sarebbe stato meglio per me prendere il coraggio a due mani e assumere pienamente la responsabilità di fare poesia.
Per lui la prosa era necessario restasse “asciutta” – nel senso di certi autori, che lui amava, come per esempio Cesare Pavese – scevra quindi di quegli orpelli che invece servivano alla poesia; per esser bella, vestirsi da sera e provocare emozioni, laddove la prosa, invece, serviva – almeno secondo lui – a raccontare quasi didascalicamente il reale.

Ci rimasi male. Per due motivi.
Il primo era che scrivere “poeticamente” – come mi diceva, indignato – mi pareva tutto tranne un insulto. Non capivo quindi la sua indignazione e ne restavo ferita. Era come se gli fosse impossible riconoscere apertamente che scrivevo bene. E punto. Ero giovane, certo, e ancora non avevo capito di lui che era snob per finta e quando disprezzava in realtà stava decisamente comprando. Non avevo capito nemmeno che se mi “insultava” così era anche perché ammettere che il mio stile era buono, significava mettere in serio pericolo il suo stile, terribilmente asciutto, in effetti.
Il secondo motivo per rimanerci male fu che non mi ritenevo all’altezza di far poesia. Mi pareva che la poesia non fosse per me e richiedesse troppa tecnica. Avevo l’impressione che fosse complicato tirare fuori qualcosa che potesse essere insieme esteticamente fruibile e altamente comunicativo in termini di emozioni e messaggi veicolati. Non solo credevo di non esserne capace, ma mi pareva che non mi si addicesse. Non a me che avevo sempre amato la chiarezza e i messaggi schietti, diretti, comunicati efficacemente fuori dai denti.

A che serve allora la poesia?
Perché darsi allo sforzo di domare parole perché rispondano a canoni, stiano in versi, si ordinino sapientemente per creare un effetto sonoro, visivo, emotivo che va ben al di là del semplice significato delle singole parole utilizzate?
Da linguista perdutamente innamorata della pragmatica e del contesto di enunciazione, mi viene da chiedere: perché quelle parole e non altre? Perché ordinate così e non in altro modo? Perché queste mi colpiscono così tanto dove altre non mi farebbero nulla, scivolandomi addosso?

Bella domanda.
Alla quale – lo dico subito – non ho granché voglia di rispondere. Oppure sì, ma prosaicamente – avete mai davvero riflettuto, tra l’altro, al significato di questa parola? Io lo trovo eloquente. Direi allora soltanto: la poesia non serve proprio a nulla e tanto meglio così!

La poesia non costruisce nulla, non produce né danno, né beneficio, reca semmai fastidio, di tanto in tanto…
La poesia fa una cosa soltanto, ma certo non può trattarsi di mera “utilità”.
La poesia arriva.
La poesia tocca.

Come un amante che ti sfiora delicatamente e, senza sapere come, in quel piccolo istante di rapidissimo, fugace, contatto, sai per certo di esserne innamorato.
Ed è effimero. Dieci secondi dopo, ti chiedessero cos’è per te l’amore, cominceresti a balbettare come un idiota. Non lo sapresti già più.

Dice Prévert, in A che pensavi?:

Vestita poi rivestita
a che pensavi
svestita

Lasciavo il mio visone in guardaroba
e andavamo nel deserto
Vivevamo d’amore e d’acqua fresca
Ci amavamo in povertà
mangiavamo i nostri panni sporchi in famità
e sulla tovaglia di sabbia nera
tintinnavano le stoviglie al sole
Ci amavamo in povertà
vivevamo d’amore e d’acqua fresca
io ero la tua nuda proprietà.

Annunci

Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: