Curarsi con la scrittura

La scrittura terapeutica, quella pratica della scrittura volta alla cura di vissuti negativi tramite l’esternazione su carta, per se stessi, delle emozioni e sentimenti provati, è ben descritta da questo articolo.
Viene spiegato come praticarla e ne viene sottolineato un potenziale aspetto negativo: la possibilità di ottenere l’effetto contrario, vale a dire l’intrattenimento delle dinamiche personali che si cerca di combattere, invece di servirsi della scrittura come strumento del loro superamento.

Ho trovato molto interessante, a questo proposito, il punto di vista di questo articolo su Mezzo pieno che, oltre a spiegare di cosa si tratta, ne offre qualche spunto interessante e soprattutto questa citazione di Gesualdo Bufalino:

Si scrive per popolare il deserto; per non essere soli nella voluttà di essere soli; per distrarsi dalla tentazione del niente o almeno procastinarla. A somiglianza della giovane principessa delle Mille e una notte, ognuno parla ogni volta per rinviare l’esecuzione, per corrompere il carnefice.

La voluttà di esser soli, popolare il deserto, procrastinare il niente

Mmm… estremamente interessante, sì.
Perché è proprio quel niente, quel vuoto – il deserto interiore – una solitudine atavica e incolmabile, che spinge molti a scrivere.
Senz’altro me.
Ma siamo più precisi: non è soltanto il procrastinare il niente o popolare il deserto. Si tratta spesso di fare finta che essi non esistano.
Se c’è scrittura, c’è un tutto invece di un niente, una rigogliosa campagna verde, invece di un deserto. C’è, infine, proprio una certa voluttà dell’esser soli, un crogiolarsi nel proprio intimo Stanno tutti bene.
Sì, a casa, qui, ben ritrovati nel salone interiore, stanno proprio tutti bene.
Infatti.

L’intrattenimento delle dinamiche personali, si diceva.
Eh… già.
La scrittura come illusione, l’abbiamo già scritto.
La scrittura è diventata pura illusione, dietro la maschera della terapia.
Più di ventanni di parole, sapientemente intrecciate, intelligentemente ordinate, plasmate con raffinatezza, stile, malizia e delicatezza per… cancellare il vuoto, evitare di ascoltare un silenzio agghiacciante, che avrebbe assordato delle orecchie non preparate a sentirlo, non ancora pronte a prenderlo in considerazione, provare a rispettarlo.

Poi, infine, le parole trovano un corso diverso, una volta che – paradossalmente per mano della scrittura, sempre lei – sono state smascherate. Prendono sentieri nuovi, sgorgano attraverso faglie del terreno per emergere in rivoli di acqua fresca di sorgente, provano ad esprimere qualcosa di diverso, di reale. O al limite – e tanto vale! – darsi all’audacia dell’inventare storie, tessere intrecci, divertire, nel senso più originale del termine: il volgere altrove l’attenzione. Inventare storie per distrarre, informare, coinvolgere, appassionare.
Raccontare storie agli altri.
Smettere di raccontarla sempre e solo a me stessa.
Che noia, che vuoto, che deserto, che niente…
Paradossale?
Forse.

Il vuoto di dentro – quel salone interiore così delicatamente arredato con gusto – è molto meno noioso di quanto non si credesse. Meno deserto, anche, con le mille piantine che ne popolano gli scaffali e i mobili, qui e lì.
Silenzioso e calmo. Pacifico. Fruibile.
Allora… in fondo… perché no?

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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