Indossare maschere

Quando si dice: «ma tu guarda che personaggio!» o ancora: «proprio un bel soggetto!» o anche, ma solo a Bologna: «che cartola!» (dicesi “tipo da cartolina”) a cosa si fa riferimento?
Forse – ma azzardo – alle maschere, sfaccettature di una complessità individuale, quelle che indossiamo tutti, almeno di tanto in tanto, di fronte ad una situazione oppure un’altra.

Le maschere non sono per forza un male, non nascondono nemmeno per forza qualcosa. Sono parti di una personalità che emergono a tratti più di altre, per essere messe in valore direttamente oppure per difendere indirettamente altre parti, più fragili o più meschine.
Se non svelano e magari velano, però spesso rivelano molto. Sempre interessantissimo – almeno per chi ama l’umano – notare come l’indossare maschere da parte dell’altro evolva nel tempo e nelle situazioni di fronte alla propria presenza, così come dice molto su se stessi il tipo di maschera che si indossa con una o un’altra persona nelle varie situazioni. Osservare come, se l’altro indossa una maschera, ci si trovi a volte costretti a rispondere con una maschera che non avremmo scelto spontaneamente e, specularmente, l’inverso, se si sceglie una maschera, l’altro a volte deve per forza metterne una a sua volta, dice moltissimo sull’origine e la caratteristiche della relazione che si sta portando avanti.

In questo senso le maschere rivelano veramente moltissimo, non tanto di quello che si è, perché su questo confondono un po’, rendendo la persona sfuggente, ma senz’altro di quello di cui si ha timore, quello che si stima di sé, quello che si vorrebbe gli altri non vedessero, quello che si è disposti a mostrare soltanto a certe condizioni… Tutte cose che – a ben vedere e a forza di sommarle – dicono parecchio anche di quel che si è o per lo meno ne danno un’approssimazione. Si pensi alle maschere della Commedia dell’arte per farsi un’idea: stereotipate e dall’apparenza semplice e prevedibile, sono però portatrici di messaggi complessi e permettono al pubblico di identificarsi.

L’unico vero svantaggio è che recitare con una maschera diversa per ogni occasione implica uno sforzo e una fatica immensi. Uno sforzo che, a volte prende talmente tante energie da impedire a chi lo applica di vedere che quella maschera disturba l’altro, glielo allontana, lo costringe a una maschera che non glielo rende più accessibile o comunque il personaggio che si cerca di interpretare non serve bene lo scopo per il quale si era cominciata la recita, ritorcendosi in parte contro chi la mette in scena. Nelle terapie relazionali si lavora molto sull’identificazione di questo genere di dinamiche osservando le interazioni dell’individuo con il suo entourage.

Esser senza maschere, d’altra parte, porta i suoi svantaggi. Lo sforzo logico-razionale è certo minore, ma quello emotivo di molto maggiore. Per esempio ci si rende conto che gli altri, spesso, ci preferiscono nelle sfaccettature più piacevoli, comode, che non disturbano e non li mettono in discussione. Senza maschere, per forza di cose, vengono fuori anche aspetti meno accomodanti e fruibili del carattere di una persona. Farci i conti può non essere facile. La Gestalt terapia prova, dal canto suo, a fare emergere nuove forme, che possano permettere l’autenticità della persona senza metterla in difficoltà nelle proprie relazioni.

Ma le maschere aprono soprattutto la questione del conoscersi. Spingendo la logica fino in fondo, verrebbe da concludere che proprio non si ha mai alcuna speranza di conoscersi veramente. Già si fa una fatica mostruosa a conoscere se stessi, figurati un altro… Se in più ci sono le maschere proprie e quelle dell’altro, la battaglia della conoscenza reciproca diventa davvero invincibile.
Se il facile nichilismo sulla conoscenza razionale, analitica e cognitiva di un’altra persona potrebbe schiacciare, una nuova gamma di valori potrebbe essere inaugurata su una conoscenza istintiva, empatica, vagamente animale, mammifera. Forse in questo caso non si dovrebbe più parlare di “conoscere” l’altro, quanto più, in maniera molto più appropriata, di “sentirlo”.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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