La letteratura come rifugio

Ripropongo qui un post pubblicato il 2 marzo 2016, su Circolo16.

La letteratura può essere un rifugio.
Lo è senz’altro per quelli che leggono per astrarsi dalla propria realtà troppo difficile da vivere, che siano in guerra, sotto dittatura, senza libertà oppure oppressi per qualunque ragione. Ma può esserlo, più prosaicamente, più banalmente, anche per qualcuno la cui esistenza sia meno turbata, più “socialmente normale”.
Chi, bambino, leggeva molto, forse troppo per la sua tenera età, libri a volte complessi, a volte neppure adatti, cercava forse una realtà parallela, una rappresentazione del reale che potesse andargli più a genio della quotidianità che viveva.
Chi, adulto, si rifugia ancora nei libri perché ha imparato soltanto così a stare al mondo, cerca di nuovo una rappresentazione altra del reale.
Eppure non c’è solo illusione. Non è soltanto astrazione; non è fuga, né isolamento. Si tratta, invece, di apertura.
La letteratura in questi casi rende possibile una visione diversa, l’emergenza di una possibilità altra, non di cartone, non effimera o fantastica, ma reale: un’altra realtà possibile, migliore della propria, verso cui tendere per cambiare la propria condizione.
In questo senso la letteratura denuncia indirettamente uno stato di cose, racconta realtà esistenti o auspicabili, serve in definitiva a dare aria ai pensieri, farli respirare, spaziare, autoalimentarsi, imboccare tutti i cammini possibili, senza escluderne nessuno.
Camus, nel suo L’uomo in rivolta, sostiene che il romanzo sia uno degli strumenti della rivolta: un dire «no» alla realtà attuale, per l’uomo insopportabile, allo stesso tempo in cui si dice «sì» alla vita, alla natura, alle contraddizioni di un’esistenza che è principalmente fatta di assurdo e non senso. La letteratura, in questo senso – così come ogni tipo di rivolta, almeno secondo Camus – viene a porre il limite oltre il quale la sopportazione dell’uomo non è più possibile.
Un gran bel rifugio; una grande, gioiosa, consolazione.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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