Di tutte quelle parole

Siamo rappresentati fino a non poterne più. Ci sono – sul web soprattutto – molte più parole di quante potremo mai leggerne. La maggior parte di queste – le mie, che leggi, non fanno eccezione – completamente ininteressanti, autoreferenziali, oltremodo ombelicali, durano soltanto il tempo di qualche click, una manciata di like, se si ha fortuna. Poi spariscono inghiottine dall’entropia convulsa del world wide web, il caos incontrollato dei tanti – troppi – “nuovi media”, qualunque cosa questa etichetta voglia dire (probabilmente niente). I tuoi stessi amici, spesso, non hanno alcun interesse per queste parole che scrivi, si guardano intorno imbarazzati quando gliene parli con entusiasmo, non sanno come dirti che «no, non hanno tempo o voglia sufficiente a leggere quello che scrivi». Ci capiteranno sulle tue parole, ogni tanto, svogliatamente, un click, poi più niente, per mesi, finché non li richiamerai a rapporto.
Allora perché scrivi? Perché tutti scriviamo su tutto, sempre? Perché andiamo tutti così alla ricerca dell’ultimo like incantato? Perché perdiamo tutti un sacco di tempo in questo modo, scrivendo contenuti fondamentalmente quasi sempre assolutamente uguali a se stessi?
Bella domanda. Di quelle che ci perdi due settimane a rifletterci su prima di riuscire a dirti: «ma quanto cazzo sono coglione… ma perché non sono capace di fare i miei otto click e apporre i miei quattro like, mangiare la prima cosa che mi capita e ridere di quanto non ci siano più le mezze stagioni davanti a una birretta con i pseudoamici?». Ma la presa di coscienza non cambia di molto le cose: non sei capace, non imparerai mai. Non vuoi proprio imparare, a dirla tutta. Non ti sforzi nemmeno.
Vedere apparire tante parole già di per sé atterrisce, solo per la potenza e la misura smisurata del fenomeno sociologico in questione, ancor prima di averne cercata una qualsivoglia analisi razionale. Non parliamo di mettersi a leggerne alcune: a quel punto si passa al terrore.
Credo sia la solitudine la cosa che ho letto di più in queste parole. Il bisogno di emergere, farsi notare, esistere, essere qualcosa, pure fosse per un momento soltanto e una cosa qualunque. E, paradossalmente, più numerosi si è a riversare parole meno si esiste, più ci si perde, meno ci si fa notare, più abbandonati ancora ci si ritrova, non per vero rifiuto da parte degli altri, ma solo perché sono presi loro stessi ad autorappresentarsi da qualche parte allo stesso tempo.
Bukowski, come dicevo già qui, suggeriva di non scrivere a quelli che lo facevano per queste ragioni, perché non pronti ad esporsi. Aveva senz’altro ragione. Se la generazione dei sessantottini è stata forse la più adolescenziale degli ultimi secoli, forse la nostra, quella dei trentenni, è la più infantile. Ci prende costantemente un bisogno terribile e irrefrenabile di mostrare il nostro ultimo disegno come farebbe un bambino di quattro anni con suo padre che rincasa tardi dal lavoro. Chi ha inventato i social network l’ha capito alla grande, ottica capitalista del fare emergere un bisogno latente.
Tutto il resto sarà presto storia, spazzato via in due click.
Ma forse oggi è solo una delle innumerevoli mie giornate nichiliste…

Annunci

Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

  1. Martino

    Perché dici che le tue parole, queste che leggo, sono ininteressanti? Che tipo de parole dovrebbero interessarmi?

    Puoi non pensi che le riflessione sopra la scrittura devono essere interpretate nel contesto? Dal tempo di Orwell o Bukowski nessuno usava “scrivere” per parlare di SMS, mail, chat, blog, twitter…

    Quindi mi piace pensare che ce scrivere e scrivere.

    Poi, alla fine, tu, perché e per chi scrivi?

    Mi piace

  2. Ah… tu! Che sorpresa trovarti qui!
    Be’, ho l’impressione che tutti scrivano tutto su tutto, che abbiamo in qualche modo il commento facile, proprio perché ci sono tanti media che lo permettono, alcuni anche instantaneamente e in pochissime battute. Ma la mia domanda è: se stanno tutti a scrivere, chi legge? L’esempio è questo mio blog: quando scrivo una cosa rapida e poco riflettuta, tipo questa (ci ho messo forse un quarto d’ora a scriverla), tutti la leggono e “piace”. Quando mi documento, leggo, ci penso, ci perdo varie ore a scrivere un pezzo più impegnato non lo legge nessuno.
    Perché scrivo? Per chi? Eh… bella domanda. È dalla mancanza di una risposta che mi sia chiara che nasce questo post.
    Comunque ieri ero nichilista più del normale, eh! Certi giorni mi prende meglio di così… 😉

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: