Quanti tipi di femminilità?

Tu che donna sei?
Sì, dico proprio a te! Tu, con l’aria timida e imbarazzata, in fondo, quasi nascosta… Che donna sei?

E tu, che donna desideri?
Sì, tu! Che ti ritrovi qui, sperso tra discorsi “da donne”… Che donna desideri, tu?

E io? Che donna sono?
Non risponderò a questa domanda se non tautologicamente: «sono la donna che sono!».

Piovono domande, a volte, come ci fosse un solo modo di essere donna e in particolare uno soltanto di essere femminile…
Invece no, non c’è. O meglio… sì, c’è, ma si tratta di un contenitore così ampio, pieno di sfaccettature, di tutta la gamma dei più fulgidi grigi compresi tra il bianco più candido e il nero più oscuro, che i tipi di donna che potrebbero rispecchiarvicisi sono potenzialmente infiniti.

Eppure circola in società un ideale (o più di uno, ma in numero comunque limitatissimo) di donna “giusta”, secondo un canone di assolutissima giustezza, stabilito a priori non si sa bene da chi. Certo – mi verrebbe da dire – non da una donna, ma penso mi sbaglierei.
Si è già parlato dei condizionamenti sociali legati al genere e determinati in larghissima misura dal contesto geografico e dal tipo di società in cui si viene educati, ma quel che riguarda la definizione della femminilità sembra andare oltre il dominio della società e toccare sfere molto più intime dell’individuo. Per esempio il rapporto in cui questi si trova con certi suoi modelli femminili (la madre, la nonna, la sorella, la maestra, la migliore amica, …) e la relazione di queste donne modello con la propria femminilità. Li definirei elementi del contesto sociale ristretto. Al di là di quello che viene introiettato a partire dalla società in senso più largo, questi elementi sembrano, almeno secondo l’esperienza che ne ho, ben più salienti per la definizione di femminilità che l’individuo si forgia.
Interessante scoprire che la pagina di wikipedia sulla femminilità inizia con questa citazione da Il secondo sesso di Simone De Beauvoir:

(…) dunque non è detto che ogni essere umano di genere femminile sia una donna; bisogna che partecipi di quell’essenza velata dal mistero e dal dubbio che è la femminilità. La femminilità è una secrezione delle ovaie o sta congelata sullo sfondo di un cielo platonico? Basta una sottana a farla scendere in terra? Benché certe donne si sforzino con zelo di incarnarla, ci fa difetto un esemplare sicuro, un marchio depositato. Perciò essa viene descritta volentieri in termini vaghi e abbaglianti, che sembrano presi in prestito al vocabolario delle veggenti. Al tempo di S.Tommaso, la donna pareva un’essenza altrettanto sicuramente definita quanto la virtù soporifera del papavero. Ma il concettualismo ha perso terreno: le scienze biologiche e sociali non credono nell’esistenza di entità fisse e immutabili che definiscano tali caratteri, come quelli della Donna, dell’Ebreo, o del Negro; esse considerano il carattere una reazione secondaria ad una situazione. Se oggi la femminilità è scomparsa, è perché non è mai esistita (…)

Volendo essere un po’ meno radicale, direi piuttosto che un solo tipo di femminilità non è mai esistito e non esisterà mai. Simone de Beauvoir è molto critica, del resto, tanto nei confronti degli uomini, che nei confronti delle donne, a cui rimprovera di non prendere iniziative per la propria affermazione. Quasi settant’anni dopo l’uscita del libro, in una situazione che per le donne è di certo cambiata, ma senza andare risolutamente nella direzione della donne ed essendosi rivelata, tral’altro, anche molto ma molto nefasta per gli uomini, mah… viene da chiedersi se Simone de Beauvoir non avesse in fondo ragione a bacchettare a destra e a manca gli uni quanto le altre.

La definizione di una ‘femminilità’ socialmente accettata mi pare essere – almeno in Italia – appannaggio quasi esclusivo delle donne. Non sono gli uomini a definire cosa “tira” di più, ma le donne a dettare legge su come si “deve” essere. La retorica femminile in società ruota spesso intorno a variazioni simili sul tema. Questo genere di constatazioni provoca sempre tristezza a chi vorrebbe gli individui, uomini e donne, liberi di autodeterminarsi e decidere il più indipendentemente possibile quel che vogliono essere. Si è costretti a chiedersi se le donne vogliano davvero questa indipendenza e possibilità di autodeterminazione.

Alcuni di questi temi vengono sfiorati dalla puntata di Presa Diretta del 31 gennaio scorso, in cui si parla (con giudizio e attenzione) del tabù del sesso, ancora molto vivo in Italia, di educazione affettiva e sessuale e di bullismo tra adolescenti. Il tema principale non è la condizione della donna o la femminilità, ma Michela Murgia, intervistata da Giulia Busetti, parla anche di questo, associando giustamente l’argomento al tema più generale del sesso.

Che donna sei, allora? Che donna desideri? Che donna sono?

La risposta migliore – almeno a me così pare – è ancora tautologica, mi duole dirlo: «una donna». Si, perché una donna, che sia donna, così come un uomo che sia uomo, prende la responsabilità della propria autoaffermazione. Di essere, in breve, quello che è. Auspicabilmente, in una società equa, questo tipo di donna è l’unico che si dovrebbe ambire ad essere, desiderare, contribuire a creare. E anche rivendicare questo, forse, è femminilità.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

Un Commento

  1. Pingback: La fragilità nascosta delle donne | scaglie

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