Piangere come una femminuccia

Esterno giorno.
Nel giardino di casa un bambino gioca, corre e poi cade facendosi male. Comincia a piangere e lamentarsi. Il padre lo riprende sollecitandolo a non piangere come una femminuccia.

Piangere come una femminuccia. Cosa significa piangere come una femminuccia?

Significa che fin dalla più tenera età bambini e bambine vengono incoraggiati ed educati a seguire un determinato modello di comportamento, che diventerà una linea guida per il resto della vita. Questo modello di comportamento è complesso e riguarda postura, gestualità, sensibilità, predilezione per alcune attività invece che altre e molto ancora.
Significa quindi che le bambine verranno vestite di rosa e i bambini di blu; che alle bambine verranno regalate bambole e cucine in miniatura, ai bambini macchinine e kit di attrezzi; significa che le bambine verranno iscritte a danza e i bambini a calcio; significa che le bambine aiuteranno la mamma a fare i biscotti e i bambini il papà ad aggiustare il rubinetto in bagno; significa che le bambine quando cadranno potranno piangere perché sono femminucce e i bambini no, perché loro invece femminucce non lo sono.
Significa che bambine e bambini cominceranno ad allinearsi e conformarsi al modello di comportamento socialmente accettato per il proprio genere. Significa che crescendo continueranno a comportarsi come è stato loro insegnato. Significa che le loro azioni troveranno conferma nel comportamento degli altri in una sorta di spirale infinita: continueranno a riprodurre questi comportamenti appresi e li reitereranno e li riprodurranno continuamente. Significa che saranno talmente immersi in queste convenzioni da non riuscire nemmeno a identificarle e saranno portati a ritenere tutte le differenze maschio/femmina come naturali e non come culturalmente influenzate (a fronte di una differenza biologica innegabile, a uomini e donne vengono attribuite caratteristiche quasi opposte binariamente: gli uomini sono forti, seri, autoritari, razionali, mentre le donne sono delicate, frivole, bisognose di protezione, emotive). Significa che ogni scollamento significativo dall’idealtipo di genere sarà notato e più o meno stigmatizzato o ammirato (dipenderà se verrà giudicato dalla cultura dominante o da qualche frangia controculturale).

Gli anni 70 e 80 hanno visto il fiorire degli studi sul genere che con approccio multidisciplinare, hanno analizzato il rapporto tra sesso e genere nelle diverse culture e in diversi periodi storici, i meccanismi di riproduzione e apprendimento del ruolo di genere, ponendo particolare attenzione alla condizione di alcune minoranze anche cercando di fornire loro soluzioni emancipative.
Di gender studies si sta parlando molto negli ultimi anni, ma confusamente. In ambito cattolico con la cosiddetta dicitura “teoria o ideologia gender,” si andrebbe a delineare una sorta di cospirazione atta a minare l’ordine naturale delle cose (madre+padre+figlio/i): attraverso la relatività con cui ritiene culturalmente costruito il genere legittimerebbe ogni pratica sessuale, comprese quelle omosessuali e le relative unioni o matrimoni.

Interno notte.
La ragazza ha compiuto tredici anni, ormai ha diritto a una stanza tutta per sé. Nel buio della sera tende l’orecchio alla finestra, al fruscio e al raspare sotto la finestra del suo innamorato, il suo marito itinerante. Passano la notte insieme e la mattina lui se ne va, così come è venuto, dalla finestra.

Il tutto si svolge in Cina, alle pendici dell’Himalaya, la ragazza è una Moso, fa cioè parte di una minoranza etnica matriarcale. In questa comunità il matrimonio non è contemplato, la donna sceglie il partner, ma non vive mai con lui e quando vuole può cambiarlo, gli eventuali figli vengono accuditi ed educati da lei e dalla sua famiglia: nonne, zii e zie. Il padre non ha un ruolo formale nell’educazione dei figli (è anche possibile che non li veda mai) abita nella propria casa materna e si occupa dei figli della propria sorella.

La famiglia Moso è solo uno dei possibili modi in cui gli esseri umani hanno strutturato i tipi di parentela. Basterebbe aprire il più basilare manualetto di antropologia per notare quanto è ampio il ventaglio delle possibilità: famiglia matriarcale, patrilineare, cognatica e bilaterale; lignaggi e clan; famiglie nucleari ed estese; matrimoni monogamici e poligamici. Parlare quindi di “ordine naturale delle cose” riferendosi a una famiglia bilaterale, nucleare basata su un matrimonio monogamico è assai miope.

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  1. Paolo

    a me sembra che gli uomini oggi non abbiano nessuna difficoltà a piangere anzi piangano più del dovuto e per qualunque cosa senza timore di essere etichettati come “femminucce”.Comunque nessuno con un po’ di sale in zucca rimprovera un bambino piccolo perchè piange.
    Comunque mandate a danza la bimba se vuole fare danza, a fare calcio se vuole fare calcio idem col maschio, fatela giocare con le bambole se vuole, con gli attrezzi se vuole, con quello che vuole, idem col maschio

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  2. Paolo

    l’uomo che piange va bene, è umanissimo ma la sensibilità non centra con quanto si piange o col trattenere o no il pianto (che può essere un atto di pudore con una sua nobiltà).
    Poi i bambini certo che piangono

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  3. Che ci siano uomini che piangono o bambine che giocano con le macchinine e bambini che amano la danza significa che la società evolve, come sempre è successo e come, si spera, succederà sempre. Non credo che questo fosse in dubbio nell’articolo. Il fatto è che certi modelli persistono e sono più forti di quanto non si creda. Un uomo che piange resta un’eccezione, come un bambino che gioca con le bambole.

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    • Paolo

      u uomo che piange non è affatto un eccezione. Io dico che un bambino che gioca con le macchinine è libero e autentico come un bambino che gioca con le bambole (il fatto che il primo sia statisticamente più frequente non vuol dire che non sia libero) il guaio è che il secondo non viene sempre rispettato e questo deve cambiare
      stesso discorso per le ragazze che fanno danza e le ragazze che giocano a calcio

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