Le parole sono importanti: da Moretti a Radio 3

Le paroli sono importanti non solo per chi ci vive e lavora, come me che sono linguista, ma soprattutto per chi si trova a subirne il peso quotidianamente. Ci sono parole che, in tutta innocenza e impunemente, portano con sé una pesantezza rara, un fardello di significati, implicazioni, stigmatizzazioni, amalgami e analogie azzardati, giudizi morali e quant’altro finisca per ritrovarsi sulle spalle di chi viene descritto o definito con esse. A volte il problema sono le parole stesse con la loro ambiguità o il ventaglio ampio dei loro possibili significati, ma molto più spesso il vero colpevole è l’uso che se ne fa, o meglio – che a ciascuno sia data la propria responsabilità – all’uso che qualcuno comincia a farne costituendo una moda oppure un’abitudine consolidata.
Manca nel panorama italiano – o almeno così sembra a me che guardo la situazione da oltralpe – una vera riflessione sull’uso delle parole. D’altra parte qui in Francia magari si esagera nell’altro senso, condannando gli usi di tantissime parole che forse sono più innocenti di quanto non si voglia far credere. Il gatto si morde la coda quando, cercando di fare attenzione ai termini, si finisce per creare sempre più maniere di dire oscure, ambigue e astratte che si prestano ancor di più ad usi impropri; l’égalité diventa allora la miglior legittimazione delle peggiori disuguaglianze, il communautarisme diventa un’epidemia da aspiranti terroristi e via di questo passo. In Italia invece si risolve il problema non chiedendosi nulla di nulla e autorizzando il “liberalismo” della parola, un po’ a significare: «dillo un po’ come cazzo ti pare: noi, non ci formalizziamo!».
Esiste però qualche (buona) eccezione.
Le prime che inevitabilmente mi tornano alla mente sono la celebre scena di Palombella rossa in cui Nanni Moretti schiaffeggia una giornalista che usa parole “sbagliate” e quella in cui la rimprovera dicendole: «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!». Certo si tratta di una costante nei temi cari a Moretti, la lotta contro i “criminali” della parola, come nota Emanuele Pichiorri, in un’analisi del cinema del regista attraverso la sua visione critica di certi usi linguistici.
Un’altra eccezione è una bella iniziativa di Radio 3, la trasmissione La lingua batte in cui in studio si incontrano esperti e linguisti per riflettere sulla lingua italiana in alcuni dei suoi usi. Capitandoci per caso alla ricerca di occorrenze e significati per la parola ‘umanista’, ne trovai la qualità della documentazione e degli approfondimenti ottima. Purtroppo però questo genere di iniziative sono relegate ad un medium di per sé elitario come la radio e per giunta la domenica mattina. Non so quanti ascoltatori abbia la trasmissione, ma è probabile che si tratti di un pubblico completamente di nicchia, così come è di nicchia il pubblico dei film di Nanni Moretti più critici nei confronti dell’uso del linguaggio.
Peccato. Peccato, perché riflettere sulle parole non è uno sport per bestie rare come i linguisti o almeno potrebbe non esserlo.
Scrive giustamente Oliver Burkeman, in questo articolo su Internazionale, che tratta de La verità sulle bugie della pubblicità:

Quando la vita quotidiana ci impone di chiudere un occhio sulla falsità delle innumerevoli cose che ci vengono dette, la capacità del linguaggio di distinguere la verità dalla finzione s’indebolisce.

«Le parole perdono sempre più di significato», scrive [Eisenstein, ndR]. «Poiché ci mentono continuamente, ormai non ce ne rendiamo più neanche conto, e perfino le bugie più evidenti smettono di scioccarci.» Senza accorgercene, tolleriamo sempre più le menzogne e le mezze verità.

Non per avvalorare la tesi del complotto – lo dico subito, io non ci credo – ma le parole sono importanti e non scontate, usarne una oppure un’altra cambia. Cambia sostanzialmente le cose e non è triviale.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

Un Commento

  1. Concordo con quanto scrivi. A che le parole sono importanti facciamo caso solo in pochi, di nicchia. Ormai domina la sciatteria linguistica che tende a giustificare tutto, in politica, in televisione, sui giornali e sui SN. Basterebbe piú impegno nell’uso delle parole corrette per evitare malintesi e arricchire il vocabolario . Se l’altr* non capisce si spiega, non è una noia ma un contributo alla cultura. Basterebbe altrettanto poco impegno per usare un lessico pulito per evitare i turpiloqui sdoganati, negli ultimi vent’anni, dalla politica e dal cinema (basta guardare un film in bianco e nero per cogliere la differenza).

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