Quando la rima non funziona

Incontro Arnaud per la prima volta, mi dice che torna in Bretagna dopo aver vissuto in Africa per sette anni.
Alla mia domanda: «sì, ma in Africa dove?» – dal tono lievemente polemico a causa dell’inflazionata tendenza, almeno in Francia, a dire “Africa” per dire “qualunque paese del continente”, insomma tanto vale dire «da qualche parte sulla Terra» – risponde, giustificando la genericità della sua affermazione, che ha vissuto in sei paesi africani, dal Madagascar alla Tunisia, passando per la Nigeria, la Guinea, il Senegal e non so più quale altro paese.
Dico: «Ah… bello!! E che facevi là?»
Dice: «Cooperazione, un sacco di bei progetti.»
Ecco. ‘Cooperazione’, questa parola mi interessa. Mi interessa perché, quando Arnaud mi risponde in questo modo, penso: «Ma possibile che non si possa stare in Africa senza fare “cooperazione”? Ma che significa poi ‘cooperazione’? Che brutta parola…»
Guarda caso rima con ‘integrazione’, un’altra bruttissima parola.
Non si capisce come mai nessuna delle due rimi con ‘autodeterminazione’. «Eppure», mi dico, «finiscono con lo stesso suffisso… la rima dovrebbe funzionare…»
Ma andiamo con ordine: il suffisso -zione è un suffisso deverbale di origine latina. Le parole ‘cooperazione’, ‘integrazione’ e ‘autodeterminazione’ sono dunque sostantivi indicanti le azioni derivate dai verbi corrispondenti ‘cooperare’, ‘integrare’ e ‘autodeterminare’ (o ‘integrarsi’ e ‘autodeterminarsi’? Ci torneremo su).
Con il termine ‘cooperazione’ si passa negli anni dal designare un’idea di matrice tendenzialmente socialista – il primo utilizzo del termine risale a Robert Owen – fino all’attualissima cooperazione internazionale o cooperazione allo sviluppo, un’idea a priori forse anche buona, ma di cui i risultati concreti sono spesso dubbi. In una vera cooperazione, intesa come opera prestata ad altri o insieme ad altri per la realizzazione di un’impresa o il conseguimento di un fine, dovrebbe esserci un pay off per entrambe le parti, come in ogni gioco cooperativo appunto. Sul pay off delle parti, specie se una delle due è un’instituzione, un’amministrazione, una popolazione – tutte parole in -zione, tral’altro – africana, i conti spesso non tornano e, dietro la pretesa di un mutuo vantaggio, si nasconde il vantaggio di una sola delle due parti, quella più a nord delle due, guarda caso. E anche sulla definizione di nord e sud del mondo si potrebbe aprire un lungo dibattito: per esempio, la Costa d’Avorio o il Senegal sono paesi “occidentali”? Tecnicamente si trovano più a occidente di tutta l’Europa, quindi la domanda pare logicamente lecita… ma… no, sono paesi del sud del mondo: la geografia secondo come conviene di più.
Sul mondo della cooperazione allo sviluppo in Africa consiglio vivamente ai francofoni la conferenza gesticolata – un valido strumento di educazione popolare, nel senso francese del termine che si è sviluppato un po’ oltre quello di Don Bosco, ideato da Franck Lepage quando faceva parte della cooperativa Le pavé – di Antoine Souef “À l’aide ! Ou comment j’ai arrêté de vouloir aider l’Afrique“, in cui si parla criticamente dei programmi di aiuto, ong e quant’altro operi sul continente africano, con molte esperienze personali e gesticolazioni.
Anche la parola ‘integrazione’ è – in almeno uno dei suoi significati – strettamente legata alla cooperazione quando il termine si utilizza per designare l’integrazione tra stati, vale a dire il “processo attraverso il quale gli stati, attuando fra loro una cooperazione regolata da organi aventi poteri supernazionali, tendono all’unificazione delle proprie risorse”. In questo caso la parola deriva dal verbo riflessivo ‘integrarsi’ per il valore reciproco e mutuale dell’azione degli stati.
C’è però un altro significato della parola che sembra piuttosto derivare dal verbo non riflessivo ‘integrare’, vale a dire quando si parla dell'”inserzione, incorporazione, assimilazione di un individuo, di una categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società costituita (contrapp. a segregazione)”. Come a dire che qualcuno (lo stato?) si occupa di inserire appunto l’individuo nell’ambiente prestabilito dall’organizzazione sociale vigente.
Ecco perché le parole ‘cooperazione’ e ‘integrazione’ mi paiono non rimare troppo con ‘autoderminazione’. In entrambi i casi, quanto meno nella pragmatica attuale più comune dei termini, c’è una parte che agisce sull’altra piuttosto che uno scambio reciproco.
Ma ‘autoderminazione’ cosa significa? E come si usa? O meglio: chi ne fa uso? (Sostanza illecita? Alla stregua delle migliori droghe?).
Fa uso dell’autodeterminazione ogni individuo che “si determina secondo la propria legge, indipendentemente da cause che non sono in suo potere”. Bella questa definizione, no?. Deriva dal verbo ‘autodeterminarsi’, riflessivo perché ciascun individuo si determina autonomamente secondo la propria legge, applicata appunto a se stesso.
Certo però… quando ti autodetermina qualcun altro cercando di cooperare con te a tua insaputa, magari addirittura con suo vantaggio, mentre prova a farti integrare nella sua società che non ha niente a che vedere con la tua, la cosa funziona un po’ meno…
Dice Arnaud che in Africa ci sono tanti europei che fanno tutt’altro che cooperazione, ma qui da noi non se ne sa niente.
Aggiunge pure che c’è cooperazione e cooperazione: molti progetti sono ben fatti e si lavora davvero insieme per creare qualcosa di valido con un pay off per entrambe le parti.
Noi ci vogliamo credere.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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