Le parole sono importanti

Avevo deciso di scrivere qualcosa che toccasse temi vicini alla sessualità, ma documentandomi ho trovato varie parole il cui uso mi pareva piuttosto delicato e ho deciso di fare una digressione, almeno per ora, sulla pragmatica di certi termini e la responsabilità (assunta o meno) degli effetti che da essi sono o potrebbero essere causati. Citando, due fra tutti, Austin e Searle e la loro teoria degli atti linguistici, l’enunciazione può essere definita come l’azione di pronunciare parole con un preciso scopo e ha dunque, come ogni azione, causa ed effetti, un agente ed eventualmente un paziente. E soprattutto una forza.

Ci sono due termini che, per ragioni molto diverse, mi interessano particolarmente in questo momento, soprattutto in relazione alla loro forza, appunto: ‘jihadista’ e ‘femminista’. Già nel pronunciarle ci si sente come il bambino di prima elementare, denunciato dal compagno di banco: «Maestra, non la smette di importunarmi, ha appena detto ‘culo’!» e mi pare ci sia un problema.
Queste due parole hanno apparentemente in comune soltanto il morfema finale, la desinenza -ista, che però già la dice lunga sul loro conto. Il suffisso -ista designa, in genere, una persona che svolge un’attività o segue un’ideologia ed è molto produttivo per formare neologismi in lingua italiana. ‘Jihadista’ e ‘femminista’ indicano dunque due persone che seguono l’ideologia del jihadismo e quella del femminismo.
Guardando però all’origine e all’uso di questi due termini – scelgo questi tra tutti, ma gli esempi simili sono molteplici – qualcosa sembra stonare.
La o il ‘jihad’ è un termine proveniente dal Corano che significa letteralmente “lo sforzo esercitato sulla via di dio”. Senza precisazioni per forza connotate dalla violenza o relative alla guerra santa, potrebbe riferirsi semplicemente ad una fede molto devota, carica di momenti di rinuncia, raccoglimento e preghiera. Per esempio, seguire il ramadam è, per come ho inteso il termine io, un atto di jihad. Attualmente però, tendenzialmente a partire dall’11 settembre 2001, il termine ‘jihadista’ designa principalmente gli islamisti – un’altra parola in -ista, fateci caso – fondamentalisti – ancora una – e, sempre più spesso ultimamente, terroristi – e ancora un’altra… (non se ne esce vivi!). La parola evolve dunque dall’indicare, in linea di principio, un credente musulmano, potenzialmente dei più innocenti e devoti alla causa, fino ad un terrorista di matrice religiosa. Mi fermo qui, per il momento.
Passiamo a ‘femminista’. Il profilo del femminista – immagino già vari storcimenti di naso a questo mio uso del maschile – pare essere molto più difficile e delicato da definire. La storia stessa del femminismo è complessa e racchiude molte definizioni, correnti, teorie e filosofie tanto diverse tra loro da poter esser considerate a volte addirittura contrapposte, ma che ruotano tutte intorno al ruolo della donna nella società. Abbandonando per un attimo il terreno della definizione, mi chiedo già come mai sia così difficilmente concepibile il fatto che un uomo sia femminista. Mi sembra strano perché, sebbene le mie conoscenze in fatto di femminismo siano piuttosto limitate, mi risulta però che alla maggior parte dei collettivi e delle associazioni femministi partecipino anche molti uomini (e non credo che questo succeda solo in Francia). Senza contare il fatto che non si trova nessuna contraddizione in termini nel fatto che un uomo sia a favore dell’evoluzione e del cambiamento del ruolo delle donne nella società. Forse le ragioni storiche dell’uso del termine non sono più così attuali e dovremmo piuttosto chiamarli tutti ‘umanisti’? Ma anche questo termine sembra troppo connotato dal punto di vista filosofico e ricco di sfumature che forse lo renderebbero inutilizzabile per designare una persona che crede che tutti gli uomini e le donne abbiano parità di diritti e di potenziale intrinseco, senza dimenticarne con questo le differenze morfologiche e fisiologiche. E, d’altro canto, sarebbero molti i femministi a rivendicare il fatto che le ragioni storiche per definirsi con questo preciso termine e non un altro siano ancora completamente attuali, occupando le donne ancora tutt’oggi un ruolo considerato dalla società inferiore rispetto a quello degli uomini. Una lotta che sarebbe dunque principalmente delle donne contro la società, eventualmente supportate da certi uomini.
Purtroppo però, più prosaicamente, il termine ‘femminista’ viene spesso usato per designare una donna, probabilmente di orientamento omosessuale, che rifiuta la depilazione, non porta il reggiseno e senza dubbio odia gli uomini. Ci saranno forse femministe così, ma ci sono anche jihadisti non terroristi, fondamentalisti non violenti e umanisti irrispettosi.
Allora mi chiedo: sono fascista se penso che su certe questioni sociali l’unica soluzione sia l’imposizione coatta da parte dello stato?
Va bene, forse sono fascista. Per lo meno, però, jihadista sono sicura che non sarò mai (fiuuu) perché – questa è almeno una certezza incrollabile – certo non eserciterò mai alcuno sforzo, violento o meno, sulla via di dio! Sono femminista? Questo francamente non lo so, certo però mi depilo (non sempre con assiduità!), porto il reggiseno e mi piacciono certi uomini, ma ne odio altri. Odio anche certe donne, a dire il vero, e qualche volta (di rado) vado senza reggiseno… Che confusione…
Lasciamo perdere il femminismo islamico (jihadista???): la cosa rischierebbe di diventare ricorsiva e non la finiremmo più…

Per concludere, segnalo ai francofoni les mots sont importants, un blog in cui si parla, in maniera sempre molto critica, della forza delle parole, soprattutto certe parole piuttosto scomode, per esempio arabe o féminisme. Tralasciamo ‘culo’, per il momento.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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