Le petit Cambodge

Le petit Cambodge. Il nome del ristorante cambogiano del X arrondissement di Parigi torna a più riprese sotto le foto degli attentati del 13 novembre sui giornali e nel web. Lo noto cercando di non pensarci, ma mentre tento di informarmi come si deve e continuo a leggere articoli e opinioni, comincia a rimbalzarmi in testa senza lasciarmi più.
Ho una scena che ritorna, ripetendosi nella mia immaginazione sempre uguale a se stessa. Un venerdì qualunque d’autunno, arrivo a Montparnasse con il solito treno delle 20.11, ho appuntamento con Francesca direttamente davanti al Petit Cambodge alle 21, così non si fa troppo tardi. Ore 21.20, ho appena fatto in tempo a sedermi, ordinare e ricevere i miei noodles fumanti e deliziosi. Dico «Buon appetito» a Francesca mentre sniffo il buon odore della citronella, faccio per alzare le mie bacchette, ma…
La scena è delle più verosimili. Fosse stato un altro venerdì sarebbe potuta andare così. Potevo essere io.
O Francesca con qualcun altro, o Daniele che adora le specialità del sud-est asiatico, o i due ragazzini a cui ho dato lezioni di spagnolo e italiano, o Filippo che va spesso al Carillon o qualunque dei visi noti di un quartiere che adoro, in cui ho vissuto per vari mesi quando stavo a Parigi.
Fa paura.

Oltre a questo, colpisce il silenzio di questi giorni.
Un fortissimo silenzio che invade tutto. Mentre per Charlie tutti facevano un grandissimo parlare, adesso nessuno ha voglia di dire niente. Forse non sanno cosa dire, al massimo si stringono. Nelle piazze sono tornate le candele, i messaggi, le rose bianche, il via e vai delle persone silenziose e commosse.
Ho provato a tastare il terreno al lavoro, sentire l’opinione degli altri, sempre molto propensi al dibattito politico in pausa pranzo, ma non ho insistito. Non avrei sopportato di vedere ancora una volta il mio collega algerino al bordo delle lacrime, come è successo spesso ultimamente, mentre scuoteva la testa dicendo: «Io non capisco, non capisco proprio… È la mia religione, ma la vivono così diversamente da me… Così facendo ci mettono tutti nei casini…».
Restiamo tutti in silenzio.

La terza cosa è l’uso del passato.
Un amico mi diceva: «Filippo andava spesso al Carillon e al Bataclan c’ero stato anch’io».
E io gli rispondevo: «Eh… sì, al Petit Cambodge ci andavo abbastanza spesso».
L’uso del passato come se ci fosse un tempo zero che marca il prima e il dopo. Quel che facevamo, quel che non faremo più.
Glielo faccio notare, subito dopo, chiedendogli perché stiamo parlando al passato come se quelle cose non dovessimo farle più. Lui risponde semplicemente: «è vero, non lo so…».
Mi piacerebbe contare sul fatto di tornarci presto a mangiare serenamente i fantastici Bô bun carichissimi di citronella e i Phô ben speziati. Ma, mentre incrocio le dita perché il passato non conquisti a lungo il ruolo principale dei nostri predicati verbali, penso che non sarà facile, non senza dolore. Soprattutto ci vorrà tempo.

Questo video spiega la situazione siriana in dieci minuti. Non si può pretendere da lui che sia approfondito, ma almeno è chiaro, rapido e efficace.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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