Una teoria del gioco

«Un gioco può essere descritto in termini di strategie, che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l’equilibrio c’è, quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme»
John Nash

Parli di te, animatamente, le racconti le tue nuove conquiste, ascolti le sue. Un turbine di parole che vanno e vengono, si rincorrono, prima le tue, poi le sue, le sue e le tue.
Occhi grandi, nocciola, sorridenti, teneri, curiosi, i tuoi.
Occhi belli, bruni, maliziosi, furbetti, appassionati, quelli di Kirghisia.
Metti un’altra carta sul tavolo, muovi le tue dita lunghe nell’aria, le lasci cadere sulle labbra alla fine del movimento morbido, pensierosa, esitante. Aspetti la sua mossa.
Mette una carta sulla tua con la sua mano più piccola della tua, le unghie più lunghe, i bracciali indiani, l’anello color lavanda, elegante. Dopo aver posato la carta, muove le dita della mano con un movimento molto femminile, i bracciali tintinnano l’uno contro l’altro.
La scruti.
Forse ti sta scrutando anche lei, ma dissimula meglio – almeno così ti sembra – o forse sta pensando a tutt’altro, innocente.
I capelli lunghi, lisci, morbidi, castani, la pelle di una tonalità diversa dalla tua, quasi olivastra, le dita delle mani meno affusolate, rotondette e belle, abili, rapide, competenti, soprattutto mentre cucina, umanamente fragili, scosse, quando ti parla delle emozioni; il seno più abbondante e la vita sottile, più attraente, ti fanno appena appena invidia, prima di lasciartene soltanto sedurre; le occhiaie sempre un po’ visibili a segnarle gli occhi, raccontarti che è stanca. Stanca di sopportare.
Hai voglia di giocare.
Metti un’altra carta e ti sporgi in avanti, verso di lei, con un sorriso malizioso le dici:
«Da quando ho scoperto la mia parte bambina, ho voglia di giocare e fare scherzi a tutti.»
Mette un’altra carta anche lei, con il sorriso curioso:
«Ah sì? Bello! Ci sta.»
«L’altro giorno ne abbiamo architettato uno bellissimo insieme a Rémi e adesso pensavo che a Roma dovrei andarci con la guida Routard e fare finta di esser francese per vedere se ci cascano e…», cominci a parlare a raffica, parole su parole, come quando eri bambina.
Poi rallenti. Freni. Lo sai che Kirghisia ti ascolta, anche se le parli normalmente, da donna, non hai bisogno di accelerare per dirle tutto subito, prima che ti levi l’unico briciolo di attenzione che avrai nella giornata.
«Insomma… ecco, è buffo… sono leggera, mi diverto», correggi il tiro.
Lei segue tutto con cura, si illumina e sorride di occhi mentre acceleri il ritmo delle parole e muovi le mani in tutti i sensi raccontando la tua storia, aspetta con calma e attenzione che tu abbia finito.
«Bella questa bambina dinamica che vuole muoversi e saltellare da tutte le parti!»
Bella sì, pensi tu, ma non lo dici.
Mettete di nuovo una carta ciascuna, in silenzio.
Ti parla di lei, del suo uomo, le mani le tremano nell’aria, mentre le avvicina al seno, le manda avanti e indietro a rappresentare le emozioni che racconta, il dare, il prendere dell’amore.
Ancora una carta a testa.
Vi guardate intensamente.
Ridi, mandi la testa indietro, come fanno le donne divertite.
Ride anche lei, maliziosa, femminile.
Tornate serie, vi seducete con lo sguardo, giocate.
Quasi non restano carte, la partita volge al termine.
«Grazie per la tua vicinanza», afferma lei, occhi nei tuoi occhi, il tono delle verità.
«Grazie a te della tua, Kirghisia», altrettanto vero, occhi sempre negli occhi.
Nei suoi vedi passare un pensiero, una riflessione.
«Credo sia quel sano egoismo in cui tutti ci guadagniamo», dice con valore di teoria appena coniata.
«Una teoria del gioco, appunto», sorridi tu del tuo scherzo di parole: Kirghisia ti parla spesso della teoria dei Giochi e dell’equilibrio di Nash.
Ride anche lei, la testa all’indietro, da donna divertita.

Le carte sono finite: il solitario è diventata partita, la partita si è fatta condivisione, la condivisione ha portato con sé la seduzione, la seduzione si è sciolta in un sorriso, il sorriso ha aperto le porte del gioco, il gioco ci ha scoperte complici, la complicità ci ha suggerito di essere amiche, l’amicizia – zitta zitta – ci sorprende, la sorpresa sussurra un’esistenza. L’esistere ci rende donne.

Equilibrio di Nash, wikipedia
Nash dimostra che, sotto certe condizioni, esiste sempre una situazione di equilibrio, che si ottiene quando ciascun individuo che partecipa a un dato gioco sceglie la sua mossa strategica in modo da massimizzare il suo payoff, sotto la congettura che il comportamento dei rivali non varierà a motivo della sua scelta (vuol dire che anche conoscendo la mossa dell’avversario, il giocatore non farebbe una mossa diversa da quella che ha deciso).

Tutto nasce da una chiacchierata tra amiche, parlando di scrittura, si finisce a nominare la creatività, la fanciullezza, il gioco. Finisco per ringraziarla della chiacchierata, finisce per ringraziarmi anche lei, poi dice: «è l’equilibrio di Nash, siamo entrambe vincitrici, nessuna cambierebbe la sua mossa», rispondo scherzando con le parole: «certo, è una teoria del gioco, appunto!». Poi ridiamo, ognuna pensa contemporaneamente «potrei scriverci un pezzo», poi lo dice all’altra e i pezzi diventano due, paralleli, scritti in concomitanza, ognuna per conto suo, senza cambiare la mossa dell’altra: parrebbe proprio un ottimo equilibrio di Nash…
Il pezzo di Kirghisia si trova qui.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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