De rerum scriptura, seconda puntata

Come spesso accade, appena finito di scrivere su qualcosa, si trova il miglior materiale per documentarsi su quello stesso argomento. Ecco perché ad un primo post sulle cose della scrittura, che a questo punto pare incompleto, ne segue un secondo.
George Orwell, nel suo saggio Perché scrivo? indica quelle che gli sembrano essere quattro grandi motivazioni per scrivere: l’egoismo, l’entusiasmo estetico, l’impulso storico e l’intento politico. Tra queste, l’egoismo, nella formula di una volontà di rivalsa per non essere stati abbastanza ascoltati, sembra un elemento cui si fa riferimento, eventualmente anche per metterne in evidenza gli aspetti negativi, nelle motivazioni per scrivere di altri autori. Ne parla, per esempio, Cesare Pavese nel suo Saggio di una nuova letteratura, pubblicato nel 1946 ma ancora piuttosto attuale. Si sottolinea qui la necessità di «accettare il destino, esser d’accordo con se stesso» per poter esercitare «il lavoro della fantasia intelligente, diretto a sondare ed esprimere la realtà ‒ poesia, narrativa, saggistica e il resto». Si condanna quindi l’adolescente egocentrismo di chi non è ancora pronto, adatto, abile, oppure non ha sufficientemente accettato e ascoltato se stesso per poter narrare. E si denuncia:

Ascoltare e accettare se stessi vuol dire non dibattersi in chiacchiere, ma attendere al proprio mestiere sapendolo un mestiere, umiliandosi in esso, producendo dei valori. Il calzolaio fa le scarpe e il capomastro fa le case – meno parlano del modo di farle e meglio lavorano: – possibile che il narratore debba invece impunemente chiacchierare soltanto di sé?

Della «spinta egocentrica», che muove primariamente lo scrittore, parla anche Giorgio Fontana – classe 1981 e lui stesso scrittore – nel suo intervento Smettere di scrivere. La sua opinione, delle più condivisibili, parte dal presupposto che una spinta egocentrica iniziale sia naturale e accettabile se superata, poi, in favore di una cosciente presa di distanza dall’ego.

In sintesi, se l’impulso a rompere il silenzio della pagina bianca comincia da un qualche bisogno dell’ego, credo che la scrittura nella sua forma più compiuta sia una sistematica distruzione delle ragioni dell’ego. Non si scrive allo scopo di affermare sé stessi in qualunque modo — per mostrare il proprio libro agli amici, per avere una recensione, per ottenere la patente di “scrittore” — ma allo scopo contrario di uscire da sé stessi. Di staccare un oggetto da sé.

Si apre dunque la questione della responsabilità dell’autore, il rigore e l’autocritica che rendono possibile, se l’ego è appunto stato domato, valutare con relativa oggettività se esercitare la potenziale libertà dell’esprimersi per dare ai lettori la propria parola. Se questo è senz’altro un punto fondamentale, Fontana ne sottolinea un altro, relativo alla condizione intrinseca dell’essere scrittore, in maniera indipendente dalle contingenze che ruotano intorno all’autore. Poco importano le pubblicazioni editoriali, le espressioni pubbliche, la condivisione della propria parola in qualsivoglia forma, poco importa la presenza di riflettori e di pubblico, uno scrittore – se davvero di scrittore si tratta, questa l’opinione di Fontana – è in un «rapporto narrativo» con la realtà, affronta in definitiva il mondo cercando storie in esso, come se il fatto di raccontarne fosse la vera essenza della sua persona. Scrittori si è dunque intrensecamente a prescindere dal fatto che si eserciti davvero il mestiere di scrittore.
Sul tema dell’inevitabilità e della necessità intrinseca dello scrivere si sono spese, a partire dall’intramontabile io devo di Rilke, moltissime parole, eppure il soggetto pare ancora caldo e la discussione, forse, aperta.
Charles Bukowski affrontava questo tema nella sua poesia So you want to be a writer, tradotta in italiano con il titolo E così vorresti fare lo scrittore?, in cui emerge, da un lato, la necessaria spontaneità e intrinsecità del gesto dello scrivere, senza le quali, secondo l’autore, non ha neppure senso pensare di fare lo scrittore, ma si sottolinea anche la tematica del non essere pronti. Se ne parla qui nei termini del bisogno dell’ego di farsi vedere, per esser rassicurato, producendo parole votate all’essere lette piuttosto che a essere, tout court.
Anche Fontana, nel già citato intervento, attribuiva al bisogno dell’ego di stare sotto i riflettori il carattere di una tappa preliminare, suggerendo così che lo scrittore che si soffermi a questo bisogno o non è ancora pronto oppure non lo sarà mai per semplice incapacità o inadeguatezza. Nei due casi, la cui distinzione non è fondamentalmente necessaria perché entrambi producono comunque materiale di scarsa qualità per il lettore, sarebbe gravemente assente quella che l’autore definisce la «condizione» dello scrittore, quell’intrinseca necessità di raccontare storie di cui si è già parlato.
Stig Dagerman, scrittore svedese morto suicida a soli trentun’anni, nel suo testo Il nostro bisogno di consolazione parla, con la sua visione cupa e, al tempo stesso, delle più ispirate, del senso della vita che, per lui scrittore, consisterebbe nel sapere con certezza di essere in grado di toccare.

Siccome desidero assicurarmi che la mia vita non sia priva di senso e che io non sia solo sulla terra, raccolgo le parole in un libro e ne faccio dono al mondo. Il mondo mi dà in cambio dei soldi, la fama e il silenzio. Ma che m’importa dei soldi, che m’importa di contribuire a rendere più grande e perfetta la letteratura? L’unica cosa che mi importa è quella che non ottengo mai: l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo.

Chiaramente resta poco auspicabile mancare di consolazione al livello di Stig Dagerman: non c’è bisogno di essere un aspirante suicida o un suicida potenzialmente efficace per poter essere un buono scrittore. Se il male di vivere è da sempre un buon soggetto per la scrittura, e più in generale, per le attività creative, esso può essere raccontato anche mentre lo si affronta, con coraggio, senza soccombervi; peraltro, poi, si può anche scrivere prolificamente e in maniera interessante di molto altro, compresa la gioia di vivere.
D’altro canto, anche Stig Dagerman, in un momento che per lui doveva essere dei più esistenzialisti e insieme ottimisti, continua:

Ed è altrettanto privo di senso affermare che l’uomo esiste per qualcos’altro che non sia il vivere. Certo, egli alimenta macchine o scrive libri, ma potrebbe fare qualsiasi altra cosa. L’essenziale è che faccia quel che fa mantenendo la propria libertà e con la chiara coscienza di avere in sé – come ogni altro della creazione – il proprio fine. Egli riposa in se stesso come una pietra sulla sabbia.

Pare possibile dedurne che la scrittura, se è questo che si decide di fare, è (o dovrebbe almeno essere) un atto di libertà che risiede nella condizione stessa della persona, così come afferma Fontana.
C’è poi un’intervista a Italo Calvino, in cui l’autore risponde così alla curiosità di uno studente sulle sue motivazioni a scrivere:

E’ una bella domanda. Scrivo perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport, non ero dotato per tante altre cose, ero un poco quello che… per usare una frase famosa, l’idiota della famiglia; Sartre ha pubblicato una biografia di Flaubert intitolata L’idiota della famiglia. In genere chi scrive è uno che, tra le tante cose che tenta di fare, vede che stare a un tavolino e buttar fuori della roba che esce dalla sua testa e dalla sua penna è un modo per realizzarsi e per comunicare. Posso dire che scrivo per comunicare perché la scrittura è il modo con cui riesco a far passare delle cose, delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto a cui io do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e le rimetto in circolazione. E’ per questo che scrivo; per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo come gli uomini guardano, giudicano, commentano, esprimono il mondo, farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione. Questo è uno dei tanti modi con cui una civiltà, una cultura, una società vive assimilando esperienze e rimettendole in circolazione.

Scrivere dunque per realizzarsi, per comunicare, per rimettere in circolazione attraverso se stessi. Appaiono le ragioni dell’ego, il loro, quanto meno apparente, superamento, la trasmissione, lo scambio verso l’altro e con l’altro; emerge, di nuovo, la necessità.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

  1. Genio C.

    Grande articolo, un sacco di roba che conosco! 😀

    Liked by 1 persona

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