De rerum scriptura, prima puntata

Dove si trova il limite di legittimità della scrittura?
Dove quello della legittimità a divulgare e rendere pubblico quello che si scrive, a farsi editare?
A chi compete la decisione su questa legittimità? All’autore, la sua autocritica, il suo rigore? All’editore, quel che egli pensa possa esser venduto, il mercato? All’opinione pubblica, la critica letteraria o meno, le recensioni, i giornali?
Insomma, chi decide?

La domanda (le domande?) mi pare delle più spinose, una vera gatta da pelare. Districandomi alla ricerca di una risposta, che avrei voluto ferma e univoca, sono riuscita soltanto a mettere ordine tra varie risposte vaghe e parziali, di cui nessuna mi pare particolarmente convincente per metter un punto definitivo alla questione. Non che questo punto debba necessariamente esser trovato, forse un sano beneficio del dubbio, una vaghezza controllata, potrà restare come riferimento per lo meno passeggero. Il divenire sulle cose della scrittura – come su molte altre cose – non è per forza un male, così come l’incertezza, il questionamento, la riflessione aperta. Probabilmente è sufficiente continuare la discussione (continuer le combat?).

In una celebre serie di interviste, il filosofo francese Gilles Deleuze affrontò anche il tema della scrittura. Ascoltandolo parlare, sono costretta ad un sentimento contraddittorio quando lo sento definire “immondo” lo scrivere del proprio fatto privato. La contraddizione nasce dall’ambivalenza tra il riconoscermi, almeno in parte e per lo meno come lettrice, in quello che dice e il fatto di essere francamente – purtroppo o per fortuna, non saprei dirlo – in difficoltà nello scrivere di altro che non sia il mio fatto privatissimo: mi sento dunque in parte costretta a qualificarmi, come scrittrice, dell’aggettivo “immonda”. Tengo a sottolineare che prendo qui come definizione tout court della parola “scrittore” quella all’accezione numero 1 del vocabolario Treccani, vale a dire semplicemente “scrivano, persona che scrive”.
Ma da qui nascono due riflessioni, completamente sconnesse una dall’altra.
La prima riguarda la cultura francese di cui è simbolo e rappresentazione il discorso di Deleuze. È un tipo di cultura che costringe allo stesso genere di ambivalenza di sentimenti, senza dubbio se non si è francesi e si vive in Francia, con la confusione relativa alla questione dell’égalité che ne deriva inevitabilmente. Da un lato ci si trova e si decide di restare in Francia anche e soprattutto per una splendida cultura che è in ogni dove, riempie ogni spazio, invade ogni cittadino che voglia afferrarla e fruirne e che si vuole, proprio in questo senso, egalitaria e accessibile a tutti; dall’altro, si resta perplessi e si pensa di aver per forza perso un passaggio logico, quando ci si trova di fronte alle peggiori forme di elitarismo, scaturite proprio dalla ricerca, spinta agli estremi, dell’egalitarismo e dell’accesso per tutti alla cultura: “sì sì, la cultura è per tutti, ma vediamo… mmm… per te… forse no, per te, no, sei… sei… troppo… immondo!”. Ecco… la cultura è per tutti quelli che non sono immondi (né magrebini, né musulmani, né africani, né abitanti del 93, né nati in una ZEP, …). Non è mica una questione di discriminazione, no no, è solo che le scuole, essendo egalitarie, sono uguali in tutta la Francia, quindi i bambini possono andare a quella più vicina a casa. Purtroppo però, se il discorso potrebbe rivelarsi vero in una realtà utopica, in una realtà – diciamo così – più reale nelle scuole “immonde” di periferia i professori bravi, appena hanno abbastanza punti, preferiscono non insegnarci più, perché hanno egalitariamente (forse anche un po’ equamente e solidariamente) voglia di andare a insegnare in centro. Ci manca soltanto che percepiscano il famoso salaire solidaire, che personalmente mi ha sempre fatto sorridere per la contraddizione dei termini, e la frittata dell’incoerenza dell’égalité è fatta.
La seconda riflessione riguarda i due metri di giudizio che sempre accompagnano la vita di una persona e le attività che la espongono nei confronti degli altri: il proprio metro personale di valutazione di se stesso e quello esterno, di giudizio, che arriva dagli altri. Ad ascoltare fino in fondo Deleuze si potrebbe credere che soltanto Proust fosse davvero degno di scrivere (in tal caso – mi permetto di dirlo in tutta immodestia – anche Deleuze avrebbe dovuto a sua volta astenersi dal farlo). Ma per avere questa risposta ci mancano – mi sembra – due importanti informazioni: in primo luogo, bisognerebbe avere accesso ai primi embrionali tentativi di scrittura di Proust e criticarli con la stessa fermezza (durezza) con cui si criticano i primi scritti di qualunque autore emergente; in secondo luogo, si dovrebbe chiedere a Proust quanto, nel suo metro di giudizio personale, valuterebbe lui i suoi primi scritti. Sono convinta che se ne vergognerebbe a morte e forse per questo non avremo mai idea di quanto valessero: probabilmente li ha bruciati lui stesso.
Addio popolo, un articolo abbastanza ispirato di Cristiano De Majo, mi ha fatto pensare che se oltralpe è necessario essere Proust per scrivere, in Italia, almeno in certi ambienti, non importa tanto essere Proust – fondamentalmente chi se ne frega – bensì essere impegnati. Mi sono detta allora che l’idea di base debba in qualche modo essere la stessa: scrivendo del proprio fatterello privato in effetti non si è molto impegnati (ma si potrebbe sindacare facendo notare che dipende dal fatto: c’è fatterello privato e fatterello privato).
Ma che significa poi “essere impegnati”? Che significa trascendere dalla propria vicenda ombelicale come, almeno secondo Deleuze, faceva magistralmente Proust?
A queste domande non ho risposte immediate. D’altra parte, però, Francesco Guglieri, parlando della vita e morte della recensione, sottolinea un sentimento che mi interpella portando forse qualche intuizione sulle due domande in questione. Quello che piace di più – e viene quindi messo più in luce dalle sedicenti recensioni attuali – non pare essere quello che è scritto oggettivamente meglio, ma quello che muove soggettivamente di più.
Vedo immediatamente due ragioni, ma forse ce ne sono molte altre. La prima è che spesso quello che è scritto meglio risulta inaccessibile per svariate ragioni nelle quali non mi addentro qui. Insomma, quante persone di una classe intellettualmente definibile “media” conoscete che abbiano letto qualcosa di Proust? Se questa non mi sembra affatto ragione sufficiente per avallare la mala scrittura in favore di un accesso per tutti, d’altro canto invita a riflettere sulla seconda ragione. Quello che piace di più è spesso quello con cui è più facile identificarsi emotivamente. Magari non esteticamente bello, scritto in maniera appena accettabile per essere classificato di “italiano corretto”, ma con una forza empatica che coglie il lettore parlandogli di lui in maniera accessibile e facilmente fruibile.
E chi scrive allora è del gatto. Intanto ci si divide tra quelli che una capacità di scrittura adeguata ce l’hanno o possono trovarla con buon allenamento e quelli che non ce l’avranno nemmeno se pregano in turco. I secondi finiranno per essere costretti al secondo tipo di scrittura qualunque cosa facciano – credo, tral’altro, per questo Deleuze li definisca immondi. I primi, dal canto loro, hanno una scelta (e già non mi pare poco!) che però si configura delle più ardue. Vegliare sul proprio buon italiano oppure lasciarsi andare allo sfogo libero? Certamente un compromesso può essere trovato, ma, almeno io – pochissime difficoltà con lo sfogo libero, presissima invece nelle difficoltà del buon italiano – sto ancora cercando di capire se posso e come. La domanda resta aperta.

Molto al di là di riflessioni di questo tipo, dalla parte opposta della barricata, si trova invece, in prima linea e primo della fila, Rainer Maria Rilke che, nelle sue Lettere a un giovane poeta, gli consiglia:

Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità.

Dal canto suo, Céline, secondo della stessa fila, nel suo Qu’on s’explique, che si voleva risposta alla critica letteraria con l’escamotage della lettera di un (proabilmente) immaginario lettore, invita a dimenticarsi completamente della critica – il cui mestiere è comunque non esser mai contenta e chiedere di più – e, «se non è dato di cantare come l’usignolo, che si gracidi liberamente come un rospo».
Se non penso affatto che questi due autori caldeggiassero espressamente il libero sfogo o la pubblicazione per tutti, credo invece che, fatta per un attimo astrazione dalla buona scrittura in una lingua volutamente aulica – e Céline in questo è maestro: se il suo argot da strada non assomiglia certo al francese d’aristocratico di Proust, resta pur sempre un ottimo francese da strada degli anni ’30-’60 del Novecento – invitino a cercare quel compromesso di cui sopra, in cui, per quanto soggettivo questo possa risultare, le tendenze della propria vita, le inclinazioni, l’urgenza dello scrivere, l’essenza più intima dell’autore devono pur sempre avere un posto importante. E – questo lo aggiungo io – tali fattori, se presenti, parlano al lettore proprio per la loro profonda soggettività, muovendo in lui corde profonde laddove egli possa identificarsi con parti di essa, rimanendo, comodamente seduto sul divano, nella sua propria soggettività e comparandola con quella dell’autore.

Alla fine del questionamento, senza alcuna risposta in tasca e un vago gusto di frustrazione in bocca, non riuscendo proprio a togliermi dalla testa l’immagine di Alberto Sordi che mangia gli spaghetti, mi viene da pensare: «Scrittura, m’hai provocato… Mo’…»
Resta soltanto una grande tentazione di mangiarmela, con la stessa avidità – una sana voracità – un “io devo” come quando si è al limite del calo di zuccheri… dimenticando intenzionalmente tutto il resto.

Prosegui con la seconda puntata.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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