L’aggressione delle ONG

Rennes, rue le Bastard, fine pomeriggio.
Camminando in direzione sud, di ritorno dal lavoro, incontri soprattutto i ragazzi, commerciali pagati dall’ONG di turno, che cercano di fare sottoscrivere ai passanti un abbonamento o un versamento una tantum per aiutare la popolazione terremotata o alluvionata x, oppure la causa ecologica y, inviare viveri e medicine nella situazione di guerra z, fare pressioni per debellare la fame nel mondo e altre simili – orribili, insopportabili – disgrazie umane.
Mentre cammini noti che ogni giorno si tratta di una ONG diversa, quasi ci fosse un accordo per spartirsi i giorni dell’anno. Sorridi pensando che le magliette dei ragazzi hanno colori da squadre dei campi solari estivi, quelli per bambini i cui genitori non hanno soldi per pagare le vacanze: giallo, rosso, verde, blu, «i colori che vuoi tu», giallo, rosso, verde, blu, «a me piacciono di più!». Rabbrividisci.
Cercano sempre di fermarti. Con un sorriso smagliante, uno sguardo malizioso, uno slogan lanciato al momento giusto, la proposta di fare soltanto due chiacchiere rubandoti appena appena due minuti.
Tu non ti fermi mai, cerchi di non fermarti mai.
Conosci bene la trafila. Sai bene come si svolgerà la conversazione, quanto poco riuscirà a coinvolgerti, quanto ti innervorsirà in maniera proporzionale all’aumentare della strategia persuasiva del tuo interlocutore, a colpi di marketing, oppure – soprattutto – a colpi di sensi di colpa. Si cercherà di far leva sul tuo sentimento di compassione, sull’essenziale aiuto del prossimo in difficoltà – moralità visceralmente e tradizionalmente integrata, da tutti in ogni dove nella bella e vecchia Europa, tremandamente impregnata di cattolicismo, sebbene la persona di fronte a te sia laica, la sua ONG assolutamente non religiosa e la società tutta apparentemente ignara – si troverà una breccia in te inevitabilmente, si proverà a insistere su quella, si finirà per entrare nel più intimo dei valori della tua persona, ti si costringerà – se davvero vuoi discutere sulla questione – a fornire dapprima giustificazioni, in seguito vere argomentazioni ben strutturate; ti si obbligherà in breve a tirare fuori la filosofia, la morale, l’etica, la politica, la religione.
Cerchi di non fermarti mai perché sai che le argomentazioni sul tema non le hai ben strutturate nemmeno nella testa, sai che finirai per passare da insensibile se non argomenti come si deve e forse pure se darai coraggiosa prova di una retorica efficace e robusta, sai che il tuo interlocutore è pronto a battersi e, se è uno di quelli bravi, è preparato a smontare ogni tipo d’argomentario debole da strada, al tempo stesso in cui non presterà orecchio ai tuoi argomenti filosofici maggiori, continuando imperterrito con la sua cantilena. Cerchi di non fermarti perché non ne hai voglia, non sei preparato, ti sembra agressivo e ingiusto. Ti chiedi soprattutto: «Ma io che cosa ho fatto di male nella vita per esser aggredito a questo modo sulle mie convinzioni etiche e morali? E soprattutto… ma perché a costringermi alle riflessioni etiche e morali sono soggetti obbligati a svendersi per qualche spicciolo in maniera eticamente dubbia, moralmente sbagliata secondo qualunque morale e difendendo cause che non stanno in piedi né nella mia morale né tanto meno nella mia etica personale?». Ti piacerebbe in breve discutere di etica e morale con chiunque meno che con la persona che ti si para davanti.
Non che tu abbia alcuna volontà di discriminazione, ché ti piace discutere con tutti, né una credenza innata nel fatto che la persona in questione non sia all’altezza dello scambio, mancando del necessario spirito critico, al contrario, probabilmente la chiacchierata che ne scaturirebbe sarebbe piuttosto interessante, ma la questione è di principio: ti aggrediscono per strada, nel momento in cui più vorresti restartene tranquillo, buttandoti dentro a questioni che tutta una schiera di filosofi e pensatori riuniti in conclave per anni non saprebbe risolvere efficacemente in maniera univoca e tutto questo… a che pro?
Il meccanismo ti pare dei più biechi: l’unico modo efficace per avere ragione di te è prenderti a sfinimento finché non accetti di sottoscrivere qualunque cosa pur di levarti dai piedi la persona che ti sta di fronte.
Tu, allora, non ti fermi mai. Per principio.
Mentre ragioni in questi termini – costretta a farlo, come ogni giorno – vieni inaspettatamente presa in contropiede: un ragazzo dalla maglietta blu (che a te piace di più!) ti distoglie lo sguardo, fisso sul pavé appena avanti alle scarpe, lanciandosi davanti a te con tutto il suo meraviglioso charme. Non sei capace di non fermarti. Barbettina un po’ selvaggia, occhi chiari, vivi, curiosi, penetranti, capelli castani mossi, sorrisino malizioso: lo trovi indiscutibilmente bello.
«Bla bla bla bla blablabla», ha già cominciato a raccontarti la sua storia su come la tua partecipazione sia fondamentale, il tuo aiuto alla causa necessario perché «bla bla blablablabla».
Non ascolti nemmeno una sola parola di quelle che pronuncia, guardi soltanto le sue mani (belle mani!) che gesticolano nell’aria, mentre il suo sorrisino e le fossette che gli si creano sulle guance ti buttano completamente fuori di testa. Rispondi facendo play sulla personale cantilena che hai ormai rodato e tieni in serbo per le disgraziate evenienze in cui non ti sia riuscito di non fermarti. Parli del fatto che non ti sembra quello il modo migliore per aiutare persone in difficoltà, che i soldi non è mai ben chiaro dove vadano a finire, né è chiaro se le popolazioni abbiano davvero bisogno di quell’aiuto e soprattutto se abbiano bisogno di quell’aiuto in quei termini, quasi nessuna ONG è trasparente su queste questioni quindi tu, per principio, non dai soldi a nessuna e in ogni modo non per strada, senza esserti informata prima sulle azioni e sul bilancio che ci stanno dietro.
Quando ti stai apprestando a salutarlo, facendo piede perno per tagliarlo fuori come si fa a basket per smarcarsi e andare a canestro, lui ti prende in contropiede di nuovo e, fissandoti diritto negli occhi, con il più affascinante dei suoi sguardi e le pause piazzate nei punti più propizi della frase, dice:
«Sì. Però ti sei fermata.»
Oh… porca puttana…
Ti chiedi se davvero non sarebbe meglio dirgliela la sola ragione per la quale ti sei fermata.
Immagini la scena in una frazione di secondo. Tu che dici:
«Mi sono fermata, è vero. Ma la sola ragione è che sei figo a tal punto che non ce l’ho fatta a tirar dritto. A dirla tutta, della tua storia non me ne frega proprio un cazzo, invece se quando hai finito con questa roba sei libero per andare a bere una birra, allora si può fare.»
Lui che resta a bocca aperta, un po’ coglione…
Se accetta, bene, se no, niente. Che hai da perdere? Almeno avrai guadagnato un bonus “questa non la fermo mai più” valido a vita, che già non è poca cosa. Con un po’ di fortuna la storia si spargerà con il passaparola tra i ragazzi delle altre ONG e, almeno dagli uomini, non correrai più il rischio di esser fermata. Magari ne vale davvero la pena… Poi è sicuro che al solo pronunciare la frase ti diverti come non mai…
Lui ti fissa ancora, l’occhietto vispo in attesa, le belle mani appoggiate sui fianchi.
Maledetta morale… maledetta mancanza di frivolezza… Dove l’hai messa la legerezza? E la libertà?
Proprio non ce la fai.
Ti smarchi, come a basket. Non sai nemmeno dicendo cosa. E prosegui, su rue le Bastard.
Domani sarai di nuovo da capo. Peccato.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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