Campagna

(novella scritta tra l’agosto e il settembre del 2010)

Si torna a casa.
Guardo Camilla appena seduta di fronte a me in treno.
Ha l’aria stanca quanto me. Abbiamo camminato tutto il giorno per Ferrara e non abbiamo smesso un momento di parlare.
Fuori il sole comincia a calare e la giornata finisce. Si torna a Bologna.
Siamo in anticipo sul treno, ma l’abbiamo trovato già sul binario, così siamo salite e adesso ci guardiamo in silenzio, finito il fiume di parole di poco fa.
Io tiro fuori una mela che mi porto dietro da tutto il giorno e gliene offro un morso, ma lei rifiuta, presa a inviare un sms chissà a chi.
Ha l’aria maliziosa mentre armeggia con il cellulare, un mezzo sorrisetto che pondera le parole del messaggio.
Ecco, sicuramente uno dei suoi mille uomini…
Mentre mangio la mia mela mi chiedo come faccia.
Completamente incapace di crearmi situazioni del genere, invidio un po’, con finto
disprezzo, la sua capacità di avere sempre un nutrito seguito di ammiratori e amanti.
Non le chiedo niente. Quando vuole mi racconta lei. In più tendo a perdermi un po’, tra i nomi, le facce, le provenienze e i mestieri dei suoi accompagnatori.
Guardo fuori dal finestrino.
Il binario e la stazione, la gente che aspetta sulla banchina.
Camilla mi distrae dai pensieri proprio mentre il treno si mette in movimento.
«Strano… è partito con due minuti di anticipo… boh… forse il mio orologio è un po’ avanti…»
Guardo il mio ed effettivamente è un po’ presto. Annuisco ma non dico nulla, come se
stessimo parlando di qualcosa e Camilla avesse cambiato discorso improvvisamente per
togliersi d’impaccio.
Mentre il treno conquista la campagna continuo a guardare fuori e lei si mette a
leggere.
La bassa padana tutta piatta e ripetitivamente uguale a se stessa mi passa davanti con i colori belli del tramonto. Pochi alberi e tanti campi coltivati. C’è proprio una bella luce. Molto riposante.
Il sole che si abbassa sornione lancia ultimi raggi caldi dalle tonalità arancio.
Tutta quella bassa può diventare snervante a lungo andare, mi dico. È piacevole passarci in mezzo così, farsi cullare dalla campagna in una giornata stanca che rincorre semplicemente se stessa, senza essere davvero vissuta, ma non può funzionare a lungo termine. È bella così, illuminata da tinte calde, ma ricoperta da una coltre spessa di nebbia non deve essere per niente accogliente.
Mi viene subito in mente quella scena di Amarcord in cui il vecchio si perde
completamente dentro alla nebbia surreale che si è impossessata del suo pur
familiarissimo villaggio, bella metafora di una vita che confonde anche in mezzo alla cauta sicurezza del conosciuto.
Poi penso agli abitanti di città o paesi in collina che si dicono privi di punti di riferimento in mezzo alla nostra pianura padana, io che invece non ho mai saputo ritrovarmi tra i vicoli di quelle città, costantemente ingannata dai miei più lineari punti di riferimento.
Un campo rincorre l’altro, il marrone e il verde sbiaditi si alternano, poi, ogni tanto il treno rallenta fino a fermarsi in una stazione.
Da quando siamo partiti ci siamo già fermati due o tre volte. È uno di quei treni a due sole carrozze, che vanno a petrolio, hanno le marce, fanno un gran fracasso e fermano in tutte le stazioni.
All’entrata in una nuova stazione faccio caso al fatto che delle fermate precedenti, come di questa, non ho mai sentito il nome e non ricordo di averci fermato all’andata. Mi sembra strano che ci siano tutte queste stazioni che non conosco tra Ferrara e Bologna. Sono solo quaranta chilometri e i paesi, almeno di nome, li conosco quasi tutti.
Lo dico a Camilla che, ancor presa dalla lettura, non si è nemmeno accorta delle fermate che abbiamo fatto.
Intanto mi viene il primo dubbio: ma siamo sicure di essere sul treno giusto?
Camilla, senza agitarsi, mi fa notare che in effetti è un po’ strano che il treno sia partito in anticipo. Io provo a ricordare e mi sembra che, dopo aver visto il binario nel tabellone generale nell’atrio della stazione, non abbiamo più controllato, arrivate al binario, se il treno fosse effettivamente quello.
Mentre il treno riparte chiedo a un signore seduto al mio fianco se il treno va a Bologna e quello mi risponde con un accento ferrarese ben marcato: «Mo no, quessto va a Codigoro.»
Codigoro??? Ma non sappiamo nemmeno dov’è!
Una cosa solo è certa: non verso Bologna…
Guardo subito Camilla. Che facciamo?
Concordiamo di scendere alla stazione successiva e prendere il primo treno per tornare a Ferrara, poi da lì i treni per Bologna ci sono sempre.
Non ci diciamo niente in particolare, ma è chiaro che ci stiamo sentendo entrambe un po’ idiote. Ma come abbiamo fatto? Giochiamo sempre a fare le gran donne di mondo e poi nemmeno riusciamo a prendere il treno giusto alla stazione di Ferrara?
Così, pochi minuti dopo scendiamo in un posto dei più desolati insieme a pochi altri
avventori del treno che si dileguano ben presto lasciandoci sole come due cretine sul binario.
Ci dirigiamo verso il tabellone delle partenze dove cerchiamo il primo treno nella direzione opposta scoprendo con un certo disappunto che l’ultimo treno della giornata è appena passato e il prossimo è l’indomani mattina alle sei.
Guardo Camilla interrogativa con la testa improvvisamente vuota.
Lei mi sta guardando con lo stesso punto di domanda. Che si fa?
Io, più pratica e lucida di lei in queste occasioni, sono comunque spiazzata. Questa non ce l’aspettavamo proprio.
Poi mi viene un’idea.
«E se facessimo l’autostop fino a Ferrara? In fondo sono solo pochi chilometri…»
Camilla valuta un attimo l’idea prima di rispondermi. Si vede bene che la cosa non la attira più di tanto, però, dopo aver evidentemente scartato altre opzioni ancor meno allentanti, annuisce e propone di andare a cercare il bar del paese per chiedere se c’è qualcuno che per caso va da quella parte. Anche a me sembra una buona idea.
Uscite dalla stazione, cercando il bar, ci accorgiamo che il villaggio è veramente piccolo e per strada non c’è nessuno.
Seguiamo con lo sguardo le persone che sono appena scese dal treno e vediamo che
hanno preso tutte la stessa direzione, verso il centro del paese. Cominciamo a camminare anche noi da quella parte.
È evidente che Camilla abbia già cominciato ad agitarsi un po’ e per non darlo a vedere, principalmente a se stessa, inizia a parlare un po’ a vanvera, tirando fuori argomentazioni per rassicurarsi, di modo che io le confermi e lei si senta davvero rassicurata.
«Beh… vedrai che al bar ci sarà qualche nonnetto simpatico che ci darà mille dritte. Sì sì. Figurati, in una paese così, vuoi che non ci sia un baretto dove si trovano i nonni a giocare a carte? Sì, poi dai… Ferrara è vicina… abbiamo fatto tre stazioni, sarà passato neanche un quarto d’ora…»
Io capisco il problema e annuisco a tutto.
«Ma sì, vedrai di sì.»
Intanto però penso che non ho nessuna voglia di restare in questo posto a lungo e ancor meno di chiamare qualcuno che da Bologna ci venga a prendere. Tutto pur di non farmi umiliare così e dover ammettere che sono una sfigata che non sa prendere il treno in una stazione che avrà sei binari in tutto…
Arriviamo nella piazza del paese. Il pavé per terra, casette basse dai colori tipici emiliani, l’ocra o il panna dei muri, le persiane rosse o marroni e l’immancabile bar del paese.
Entro io per prima, senza timidezza. Ho veramente voglia di togliermi d’impiccio…
Dentro sono tutti uomini. Fumano, giocano e discutono avvolti tra la nebbia spessa sotto una luce al neon.
Appena varchiamo la soglia si girano tutti contemporaneamente a fissarci.
Ah… cominciamo bene…
«Buona sera» faccio io dalla porta, avvicinandomi al bancone. «Per caso qualcuno, anche più tardi, va verso Ferrara? Abbiamo avuto un problema con il treno…»
Dopo averlo detto abbasso lo sguardo. Che cosa significa esattamente ”avere avuto un problema con il treno”? Che idiote…
Segue un attimo di silenzio che a me sembra interminabilmente lungo.
Camilla non ha abbassato lo sguardo come me. Se la conosco abbastanza, adesso li sta
fissando uno ad uno a sua volta, in tono di mezza sfida maliziosa. Mi fa un po’ sorridere con le sue contraddizioni. Due secondi fa seguiva il filo della paura tutta invasa dalle sue paranoie e ora qui, circondata da una quindicina di uomini che la fissano insistenti con lo scanner a luci infrarosse, magari allupati dal suo bel seno, dalla gamba lunga e dai suoi capelli rossi, li sfida senza alcuna esitazione…
Posso solo augurarmi che qualcuno abbocchi. E poi sperare che sia ben intenzionato…
«Beh… ma vi ci porto io a Ferrara!»
Eccolo… il pesciolino…
Un ragazzo che avrà più o meno sulla trentina, si presenta spavaldo come pochi, camicia nera con il colletto tirato su, jeans grigio scuro e scarpe da ginnastica bianche, coglie la sua occasione di farsi vedere davanti a tutta la fauna maschile e invidiosa del bar.
Io ho voglia di seppellirmi nelle viscere della terra, ma ingoio il rospo perché voglio uscire dal bar al più presto.
«Non ci devo andare, ma mi fa piacere portarvi», dice lui.
Io non so che dire.
«Beh… grazie, è molto carino da parte tua»
Ma no, Camilla, dai…
Gli ha fatto il migliore dei suoi sorrisi e ha sbattuto le ciglia.
Così usciamo dal bar dietro a lui, che si presenta e si fa dire i nostri nomi. Lui si chiama Gianni.
Mamma mia quanto calca la mano sul suo personaggio…
Mamma mia quanto mi è antipatico sempre di più ad ogni momento che insiste sull’affabilsimpatico…
Quando saliamo in macchina si calma un po’. Ora che a fargli da pubblico siamo rimaste solo io e Camilla si dà un contegno e risulta addirittura piacevole, ad un certo punto.
Racconta che fa l’operaio in una fabbrica vicino al paese, ma che sta pensando di andare a fare una formazione all’estero, forse in Belgio. Ci chiede cosa facciamo noi e mi vergogno un po’ mentre gli esponiamo, facendo finta di no, quanto figlie di papà siamo in fondo. Alle porte della laurea entrambe, mai lavorato, soggiorni a Londra e Oxford l’estate e il nostro viaggio intercontinentale quasi ogni anno…
Poi, tutti e tre tacitamente d’accordo, lasciamo cadere l’argomento forse un po’ troppo scomodo per un semplice viaggetto in macchina di pochi chilometri.
Dopo qualche momento di pesante silenzio Gianni riprende a fare il personaggio e io, sul sedile dietro, perdo ogni interesse alle sue parole. Guardo fuori. Tutta quella campagna che ci ripassa di nuovo davanti, in senso opposto.
Camilla invece pare proprio dargli retta. Non seguo i discorsi per non innervosirmi, ma di
tanto in tanto, quando distolgo l’orecchio dal placido silenzio assolato della campagna, le sento fare una risatina maliziosa mentre annuisce oppure chiede fintamente stupita: «Ah… sì??? Ma daai…»
Camilla… Camilla…
Almeno il pesciolino non è pericoloso…
La campagna mi culla talmente che ho una gran voglia di appoggiare la testa e chiudere gli occhi. Forse mi appisolo un po’, o semplicemente stacco il cervello dai rumori esterni e svuoto la testa per qualche istante che non riesco a misurare temporalmente, ma quando riapro gli occhi siamo fermi davanti alla stazione di Ferrara.
Gianni e Camilla confabulano a bassa voce qualcosa che sembra non c’entrare niente con me. Le loro teste sono vicinissime adesso, quasi si toccano. Lei sorride, maliziosissima.
Lui armeggia col cellulare. Sento che lei gli detta un numero.
Allora mi tiro su, mi sembra arrivato il momento.
«Ah… siamo arrivati! Mi ero addormentata…» faccio io stiracchiandomi e cercando di far capire a Camilla di darci un taglio.
In verità non so bene perché voglio che lo faccia, ma la situazione mi irrita un po’ e vorrei tagliar corto.
Lei fai uno sguardo condiscendente a me, poi uno della serie ”sai, devo andare… la mia amica…” a Gianni.
Lui capisce, le sorride già ebete e scende dalla macchina per aprirle la portiera.
Scuoto la testa interiormente e scendo anche io dalla macchina con il mio zaino.
«Beh… allora se passo da Bologna ti chiamo, ok?», fa lui esitante, timido, coglione.
«Sì, che ci prendiamo un caffè!» lei, finta affabile, sorriso plastico, volpona.
Ciao, eh…
Penso io, completamente inconsiderata.
«Fate buon viaggio» fa lui, che deve essersene accorto.
Beh… nonostante la tramvata che si è appena preso è attento e sensibile, il ragazzo… almeno…
Ci fa un ultimo saluto con la mano mentre parte in macchina, poi sparisce nel traffico della sera.
Ormai è scuro fuori.
Entriamo in stazione senza parlare e i nostri pensieri devono più o meno coincidere su qualcosa del tipo ”vediamo di concentrarci a prendere quello giusto adesso”.
Questa volta controlliamo almeno tre volte a testa che il treno sia effettivamente quello per Bologna e io addirittura lo chiedo ad una signora salendo.
Si torna a casa.
Guardo Camilla appena seduta di fronte a me in treno.
Ha l’aria stanca quanto me. È stata una giornata decisamente lunga. Fuori è
definitivamente buio. Si torna a Bologna.
Io sono pensierosa. Ho in testa la scena di poco fa. Camilla che dà il numero a Gianni, io infastidita…
«Ma…» comincio un po’ timida. Voglio capire, ma non so bene come chiedere. «Ma ti
piaceva davvero quel tipo?»
«Assolutamente no. Hai visto com’era…», mi risponde Camilla come se fosse ovvio.
Aaahhh… No, un attimo…
«Ma allora perché gli hai dato il numero, scusa?»
«Così.»
«Sì, ma così… come?»
No, adesso me lo deve proprio spiegare come funziona, perché io faccio davvero fatica a capirlo… Cerco di non assumere l’aria di quella che fa la paternale, ma non mi riesce molto bene. Non ho un giudizio morale, voglio davvero solo capire.
«Beh… così. Poi mica gli ho dato il mio numero vero. No. E se poi mi chiama, che gli dico?»
Eh… appunto.
«No, gli ho dato un altro numero!»
«Ah… è così che si fa?»
«Non lo so. Qualche volta lo faccio. Alla fine è stato carino, ci ha accompagnate…»
Ho capito. Non imparerò mai…
Lascio perdere.
Guardo ancora Camilla e mi guarda anche lei. Ridiamo. Complici. Amiche.
Un altro sguardo senza parole chiarisce gli ultimi dettagli…
Ovviamente non ci siamo accorte che era tardi, è diventato buio d’improvviso, parlavamo così bene…
Ferrara… bellissima, come al solito. Sì.
E il treno? Il ragazzo? Il numero?
Quale treno? Ragazzo? Numero???
Ridiamo ancora. Complici. Amiche.

Leggi anche questo post per saperne di più sulla serie di novelle del 2010.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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