Dolente tremante ardente

odori dell’amore nella mente

(una novella scritta tra giugno e luglio 2010)

La sua gamba incastrata tra le mie, la testa dolcemente abbandonata al centro del mio seno, le mie dita che giocano divertite coi suoi riccioli sulla nuca.
Dopo l’amore, al centro del letto, i muscoli rilassati sotto le lenzuola, le membra stanche e un vago odore acre che riempe l’aria.
Abbiamo alzato molto la voce poco fa. Un litigio molto animato. Prima fermissimi sulle nostre reciproche posizioni, poi via via meno convinti, alla fine nemmeno avevamo più chiaro esattamente per cosa stavamo litigando. Finché lui non ha approfittato di una pausa per sorridermi, un po’ obliquo, appoggiando la sua mano sulla mia, poi, guardandomi fermo negli occhi, ha detto semplicemente «scusami». Io non ho sorriso subito, ancora rigida e tesa, concitata, ma ho ricambiato lo sguardo intenso.
Poi, mentre mi scusavo anche io, il corpo si è lentamente rilassato e gli occhi sciolti in un sorriso diritto e caldo.
E la sua mano è scivolata sul collo dietro al mio orecchio, a prendermi i capelli dietro la nuca. Quel gesto con cui, senza nemmeno rendersi conto, è capace di farmi impazzire di libidine in un solo momento.
Siamo scivolati ben presto in un intreccio convulso di gambe, di braccia e di corpi, un amore ansioso di riconciliazione. Un rincorrersi rapido di baci dalle lingue vogliose, un palpare insistente, non delicato. Cercarsi, prendersi, seguirsi fino ad aversi, ritrovarsi e calmarsi, odorarsi, sentirsi, il suo sesso teso dentro al mio.
Poi silenzio. Quiete dopo la tempesta. Riposiamo uno sull’altra in penombra, di nuovo uno per l’altra, conciliati, ritrovati.
Penso aiutata dal giocherellare coi riccioli.
Perché litighiamo così, senza senso? Perché siamo costretti a rincorrerci sempre prima di trovarci, alla fine, ogni volta?
Ho voglia di piangere ma non so bene perché. Nella dolcezza delle sue carezze dopo l’amore, non più vogliose, ma solo teneramente delicate, mi abbandono un po’ e il nodo che ho in gola si scioglie piano piano. Una lacrima cerca di scivolar fuori. All’inizio avrei un po’ voglia di frenarla, ma in un momento si dissolve ogni resistenza. La lascio uscire. Così a quella ne segue un’altra, poi una terza. Poi tiro su col naso e lui, tutt’altro che addormentato, se ne accorge.
Non dice niente, ma si muove.
Prima sposta la testa dal seno sulla mia spalla, poi si allontana ancora un po’, quello che basta per potermi guardare senza vedermi sfuocata, per avere un punto di vista più aperto su di me.
Mi fa un sorriso timido e un po’ imbarazzato quando lo guardo, mi asciuga una lacrima sulla guancia con le dita.
Ecco, mi sento stupida.
Ho un uomo accanto che si preoccupa per me, forse mi ama addirittura, e io piango, triste, senza sapere nemmeno perché.
Invece di interrogarmi sul perché piango o dirmi di non piangere, come forse mi aspetterei, mi schiocca un bacio sulla guancia e dice, con tutta naturalità:
«Io faccio una tisana, tu ne vuoi?»
Ma… ma…
Resto contrariata, ma annuisco timidamente con la testa. Ho l’impressione che per usare la voce sia ancora un po’ troppo presto, anche se le lacrime si sono bruscamente fermate.
Seguo ancora un po’ perplessa e diffidente i suoi movimenti, per un istante ancora bloccata sotto le lenzuola. Si alza nudo e va di là così. Le chiappe tonde, la
schiena e i fianchi magri, la gambe fini e muscolose, i ricciolini.
Sento il rumore dell’acqua che cade nel pentolino, la fiamma che si accende, metallo contro metallo.
Mi alzo anche io, metto la sua maglietta per sentirne l’odore addosso e vado di là. Lo trovo che mangia una pesca davanti al fornello. Mi metto accanto a lui e me ne offre un po’ con un gesto della mano, senza dire niente.
Faccio di no con la testa.
Mi fa un sorriso alla pesca.
La tisana è pronta, ci mettiamo sul divano, uno accanto all’altra. Scotta ancora.
Ci guardiamo negli occhi, a tratti nascosti, i nasi immersi ognuno nella sua tazza, come se attorno non esistesse altro che la nostra tisana e noi.
Adoro i suoi begli occhi nocciola. Adoro il modo che hanno di sorridermi brillanti ad ogni intervallo tra un sorso e l’altro. Adoro dimenticare velocemente di aver pianto.
E c’è di nuovo qualcosa che ci tira uno verso l’altra, come due polarità complementari, fisicamente attratte e impotenti alla forza che le cattura.
Sono io che faccio un gesto questa volta. Prendo la tazza dalle sue mani, dopo aver posato la mia, e la appoggio da qualche parte, senza guardare bene dove, senza staccare nemmeno un secondo gli occhi dal suo sguardo. Appoggio le mani sul suo petto e mi avvicino. Gioco con i suoi capezzoli delicatamente e questo provoca sulla sua faccia una serie di buffe espressioni. Gioca con me anche lui, ci sta. Ma non mi tocca ancora. Non si muove e si lascia fare, valutando forse dove voglio andare a parare.
E io? Dov’è che voglio andare a parare?
Non lo so ancora esattamente. Voglio solo giocare.
E gioco.
Seguo con le dita la linea delle sue clavicole su fino alle spalle. Lo bacio sul collo, mentre con le mani scendo lungo la schiena. Mi tira verso di sé e finiamo una sull’altro.
Facciamo l’amore di nuovo, lentamente questa volta. Ci annusiamo, ascoltiamo attentamente il respiro e il piacere nostro e dell’altro fino a fondere in un piacere in cui non si sa più cosa è dell’uno, cosa dell’altro.
Sfiniti, restiamo un po’ immobili, uno sopra l’altra.
Poi lui mi accarezza i capelli con una dolcezza infinita, io entro nel felino stato che precede immediatamente le fusa e, proprio mentre sto per emettere il mio primo ronron, me lo chiede:
«Perché piangevi prima?»
Maledetto… così in contropiede non vale…
Esito un momento, eppure voglio rispondere. Adesso ho le idee un po’ più chiare, le difese non esistono più. Definitivamente crollate, almeno per oggi.
«Non lo so esattamente… Credo mi faccia paura quando litighiamo così. Non lo riesco a capire e allora mi sembra grande grande e mi spaventa, ecco.» Dico senza guardarlo.
Bimbetta che ha paura del buio e ha bisogno dell’abat-jour accesa la notte.
Ancora per qualche tempo, poi smetto. Giuro.
Anche se non lo vedo sento bene che sorride.
«Anche a me mi fa paura.»
Bimbetto che ammette la sua infallibilità, sgrammaticato dall’emozione della roba grossa che sta dicendo.
Ehi, però tientelo per te, non lo dire agli amici!
Sorrido interiormente.
Sì, lo tengo per me, tranquillo.
Ho la testa appoggiata sul suo petto. Ascolto il suo cuore che batte ora lento e regolare, senza emozioni forti, solo riposo.
«Sai cosa?» Fa dopo un po’ mentre si gira e rigira tra le dita una mia ciocca di capelli.
«Cosa?»
«Mi fa impazzire quando sei tutta concentrata su di me che perdi attenzione per tutto il resto…»
Arrossisco anche se lui non lo può vedere.
Esito ancora… Parlo anche io o no?
Mi prendo il complimento e ringrazio interiormente in silenzio o ricambio? Apro un’altra piccola porta oppure no?
Perché tutta questa paura? Cosa rischio?
Lui non smette di giocare con i miei capelli e non si lamenta del mio peso completamente abbandonato sul suo corpo.
Ma sì…
«A me invece piace un sacco quando mi metti la mano dietro l’orecchio e mi tiri verso di te. Non capisco più niente quando lo fai…»
Lo dico un po’ in fretta in fretta, come se così avesse meno importanza, come se perdesse un po’ di carica emotiva.
«Come? Così?» fa lui mettendo la mano sul collo proprio dove dico io, a prendermi di nuovo i capelli dietro la nuca.
«Brrr»
Ridiamo.
Io mi sollevo un po’, per guardarlo negli occhi.
Ridiamo ancora, buffi. Ci guardiamo ancora un po’, senza dire niente.
Mi viene un’idea.
«Ti va di uscire? Facciamo un giro sul canale?»
Fa di sì, con la testa.
Mi alzo con energia nuova, trovata chissà dove. Forse tra me e lui, da qualche parte, sul divano. Mi tolgo la sua maglietta che ho ancora addosso e gliela ridò. Recupero i miei vestiti in camera, sparsi ovunque intorno al letto dall’urgenza dell’amore non previsto. Mi vesto mentre lui si veste. Ogni tanto gli mando un’occhiata, ma è tutto concentrato a ritrovare i vestiti e infilarseli. Non mi fa caso. Prendo la borsa, il cellulare, le chiavi.
Usciamo. Un ultimo sguardo dentro alla porta prima di chiuderla.
Un letto sfatto, le lenzuola scomposte e mezze appallottolate in camera. I cuscini del divano per terra e due tazze mezze piene di tisana rimaste a riposare sui mobili in salotto. Un pentolino con i resti delle foglie della tisana e un nocciolo di pesca in cucina.
Chiudo la porta piano per non sbatterla, lo guardo negli occhi, sorrido dritta e gli porgo la mano.
Esita un attimo prima di prenderla, giusto il tempo di guardarmi negli occhi anche lui. Sorride dritto e caldo e poi finalmente prende la mia mano. Scendiamo le scale uno accanto all’altra lentamente, senza parlare.
Fuori dal portone c’è un sole forte, un cielo molto blu di cui non ci eravamo accorti nella penombra dell’appartamento. Non ci era nemmeno passato per la testa di tirare su le tapparelle.
Vedere tutta questa luce all’improvviso mi eccita un po’, comincio a correre tirandolo per la mano. Mi segue senza dire niente. Sa che bisogna lasciarmi fare, ne vale la pena.
Quando non ne posso più e ho il fiatone smetto di correre tutto d’un colpo. Anche lui si ferma e ride con gli occhi nocciola.
Rido anche io senza domandarmi perché. Frivola. Leggera.

Leggi anche questo post per saperne di più sulla serie di novelle del 2010.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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