Granito rosa

(una novella scritta tra aprile e maggio 2010)

Bretagne… voilà…
Proprio una buona idea questa – penso – per scapparmene via di qui.
Seduta davanti al computer, lo sguardo fisso da ore, tanta voglia di piangere.
Scappare via da qui, ora. Per piangere in libertà.
Smettere di fissare questo stupido schermo, nell’attesa di mail che non arrivano mai, leggendo stupide mail che arrivano sempre, con la voglia di spaccare tutto. Prendere questo schermo a due mani e frantumarlo per terra con forza, con la stessa foga e lo stesso furore liberatorio con cui Jimi Hendrix spaccava le sue chitarre alla fine di ogni concerto.
Ho l’impressione di non poterlo fare questo… Non è civile.
Ma prendere e andare lo è, posso permettermelo.
Ho pianto dappertutto oggi. Per la strada venendo a lavoro, mentre camminavo e cantavo quello che mi proponeva il random sapiente del mio ipod, nell’ascensore con la mia collega a fianco, nella metro andando verso la stazione, tornando a casa e ora, qui, davanti al computer.
Non mi era mai capitato di avere così poco senso del pudore. Che mi importasse così
poco di quello che pensano gli altri vedendomi così.
Forse è questa la libertà: fregarsene di cosa pensa la gente.
Ora sono qui, seduta su una scogliera di granito rosa della Bretagna e penso che ho fatto proprio bene. Che sono libera…
C’è un vento freddo freddo, che muove le onde frantumandole perseveranti contro questi scogli rosa. Un cielo di un grigio insistente e un po’ cattivo, il mare incavolato verdebluastro tinto di bianco qui e lì.
Era quello che cercavo. La Bretagna non può che essere così – mi dicevo – come quando ripeto che la mia bella Bologna deve esser vista con la nebbia, sennò non è davvero lei. Come spogliata senza questo suo dettaglio significativo.
E la Bretagna deve per forza essere così: un vento insistente e spietato, umido, che tira dal mare, un cielo pesante – avevano ben ragione gli irriducibili galli ad avere paura che gli cadesse in testa – e tanto mare, tanto oceano imbestialito che ha solo voglia di erodere tutto sbattendoci contro e gridando: «Sono io il più forte!».
Faccio molti chilometri, ascolto la musica ad alto volume e non la spengo mai mentre sono in macchina, guido sempre con calma, senza esagerare con l’acceleratore: mi godo la strada, provo a sentirla, a interpretarla, farla mia.
Macinare distanza, allontanarmi, scappare. Ne ho molto bisogno. Cerco di rifugiarmi dalla pesantezza dei miei pensieri, trovare un espediente pronto ad alleggerirli. Di solito è un’emozione, qualcosa che mi prende così potentemente da dentro – estasiata davanti allo spettacolo enorme della natura – da scatenare una reazione insieme di stupore, di meraviglia e di pienezza, che tutto il resto, in confronto, relativizzato, diventa in fondo ben poca cosa.
Eppure c’è ancora molta acqua dentro ai miei occhi vuoti, c’è tanta voglia di farla uscire tutta, di stare ancora un po’ male, cullarsi in questo malessere leggero. Permettersi in definitiva di soffrire, di sentire un po’ di genuino – forse addirittura sano – male di vivere.
E continuo a farmi guidare nel dolore dalla musica, che siano le parole e le note a guidare quei sentimenti pesanti, negativi e spontanei che mi nascono dentro. Canto molto forte, grido. Le parole di Carmen sono le mie adesso, le sento appartenermi in profondità e scatenano in me potenti crisi liberatorie di pianto.
E infine un po’ di serena calma. Spogliata di tutto mi sento più in pace, la mente infine un po’ liberata, gli occhi pieni di tanto mare e scogli, di tanto rituale e ciclico infrangersi, tornano piano piano ad essere lucidi e vivi, quasi sorridenti. Il sorriso, quello sulla bocca, ancora timidamente obliquo, riacquista un suo piccolo vigore, senza malizia ancora, senza il suo abituale guizzo di fierezza e orgoglio. Sono ancora fragile, spezzata, ma piano si ricostituisce la piccola instabile sicurezza che ho di me.
Cammino un po’, tra le rocce, con tutto quel mare intorno e quel vento. Respiro, tanta umida aria carica di sale. E mi fa bene. Faccio ancora un po’ di strada in macchina e scelgo un bel posto, desolato, dove fermarmi.
C’è una locanda dall’altra parte della strada rispetto al mare. Entro piano, la mano incerta sulla maniglia, spingo la porta di legno e vetro.
Un tè caldo, ristoratore. Per lavare via l’ultima pesantezza del cuore.
Solo quattro mesi fa…
«Ciao, Manì»
«Clara»
Sorriso caldo, innocente. Ricciolino. Barba. Occhio lucido, curioso.
Fa male pensarci, ma ci penso lo stesso.
È un male di quelli che fa anche un po’ bene.
Uno di quelli inevitabili e tosti, da cui si sente solo una irremovibile e forte, implacabile necessità di passare. È qualcosa di molto più grande di te, contro cui – ahimé – non puoi proprio niente. E ti lasci guidare, sconfitto.
«Ti posso aiutare?»
«Mah… credo di no, ma grazie.»
Disponibile, allegro, spensierato. Carino…
E comincia un timido, ma insistente, gioco di sguardi. Quelli che si potrebbe dire
seduzione, ma tu non è che sei proprio consapevole che il gioco l’hai innescato tu stessa.
Ti ci trovi improvvisamente in mezzo, impiastricciata e… niente… giochi. Così bello giocare… no?
Poi però finisce che ci si fa male… Ma questo tu… beh… col cavolo che l’hai imparato…
Ancora una piccola lacrima solitaria che avrebbe voglia di uscire… Ma… Dai, qui no, non si può. Smettila!
«Non vuole piuttosto una bella cioccolatona calda, signorina?»
Le immagini si rompono veloci e svaniscono, spinte in fretta e furia sotto il tappeto della riservatezza mista a quel senso di colpevolezza di quando sì, sei proprio stato colto sul fatto.
«Come dice?»
Il vecchio seduto accanto al bancone, dove è rimasto fisso – evidentemente scrutandomi discreto – da quando mi ha servito il mio tè, mi sta parlando, rompendo bruscamente il silenzio denso della locanda, al quale ormai, seguendo l’onda dei pensieri, mi ero infine abituata. Ma io non ho capito cosa mi dice.
«Dicevo che forse una cioccolata sarebbe più adatta, con questo vento… Se vuole gliela faccio…»
Penso che ha ragione, sì… una piccola inutile soddisfazione zuccherina in questi casi chiaramente non risolve, ma certo aiuta.
«Beh… sì, grazie» dico, ancora timida.
Sparisce felpato in cucina, dietro al bancone, lasciandomi di nuovo ai miei pensieri. Quelli di prima preferisco lasciarli sotto il tappeto. Penso piuttosto a questi luoghi. Non sono proprio sicura che funzioni, ma intanto sto un po’ meglio.
Il vecchio torna con la mia cioccolata fumante, me la posa di fronte e mi si siede accanto in silenzio.
Ci ha messo anche lo zucchero… Gliene sono grata in fondo…
«Questo vento, quando comincia, non si ferma più…»
Lo guardo un po’ spaesata chiedendomi se ho voglia di parlare con lui, di seguirgli il pensiero. Lui evidentemente ne ha, ma io?
Resto in silenzio.
«Facevo il pescatore prima, sa?»
«Davvero?»
Sì, mi sa che glielo seguo il pensiero.
«Da queste parti non è che ci fosse tanta scelta ai miei tempi e io, di andarmene, mica ne avevo voglia… Poi però mi sono fermato, ho preso questa locanda…»
La locanda sa di legno e vissuto, ci sono tavolacci consunti e lucidi dall’usura, sedie non molto comode e pesanti, un bancone non molto lungo, piazzato di fronte ad una vetrata vista mare lunga quanto tutto il bar. Fuori, la veranda di legno azzurro, qualche altro tavolo. Non ha l’aria di essere un posto che abbia mai visto grosse folle di persone, ma forse anche grazie a questo, lo trovo incredibilmente accogliente.
Osservo meglio il vecchio, ora che mi siede accanto.
Ha barba e capelli bianchi, una barba non troppo lunga e ben curata, i capelli e il viso di qualcuno che doveva essere proprio un bel uomo da giovane.
«Quando eravamo sulle navi c’era sempre questo vento cattivo che a un certo punto
cominciava a soffiare… Sapevamo allora che sarebbe durata per giorni, senza sosta…»
«È da molto che ha smesso?»
Comincia ad incuriosirmi, sa di bella storia.
«Più di vent’anni. Avevo il cuore rotto e il mare, a starci in mezzo, non mi dava più sollievo. Molto meglio osservarlo seduti da qui…» mi dice mentre gli luccicano gli occhi. È uno di quei luccichii di emozione più che di nostalgia, malinconia e tristezza. Sembra ci sia anzi una punta di orgoglio, un’emozione forte e positiva piuttosto che dolorosa e negativa.
Eppure sta parlando di una perdita, sembra.
Preferisco mantenermi nel mio silenzio. Ho paura di rompere la sua scivolosa onda di
pensiero e invece voglio continuare a sentirla fluire e vedere dove ci porta.
«Qui era tutto da rimettere a posto, una bella sfida. C’era un sacco di lavoro. Io avevo bisogno di tenermi impegnato. In mezzo al mare c’era troppo silenzio, troppo spazio per pensare. Io dovevo fare…»
Come lo capisco…
Fare… Lavorare, essere attivi, entra prorompente tra i pensieri, libera la mente in maniera coatta, occupandone tutta la capacità, come a dire: mi servi sveglia e lucida, per fare quello che devi fare. Niente grilli per la testa…
Anche io ne avrei tanto bisogno, ma già è difficile trovare il coraggio di lasciare all’attività lo spazio per prendere il sopravvento. Resto il più delle volte nell’inutilità.
E nell’inutilità, per quanto inutile sia, non riesci proprio ad evitare di pensare. Non riesci proprio ad annullare anche quello, purtroppo. Per quanto tutto il resto sia annientato e non esista niente, il pensiero – libero, lui – va.
«Anche tu sei importante per me.»
Le parole risuonano nei meandri contorti del mio cervello, attraverso non si sa bene quali percorsi, e ritorna insieme a loro l’immagine della grande difficoltà con cui sono state pronunciate. Gli è costato un sacco di fatica, ma voleva proprio dirlo…
Il vecchio deve essersi accorto che mi sono distratta perché ha smesso di parlare e mi scruta con curiosità e innocente malizia.
Io mi accorgo che lui si è accorto e arrossisco un po’.
Non è che la sua storia non sia interessante… è che… sa…
Resto in silenzio.
Lui mi sembra fare come un cenno di assenso. Non so… Mi convinco che abbia capito.
Resta un po’ in silenzio anche lui. Mi guarda.
È uno sguardo accogliente, per nulla invadente. Non mi pesa minimamente averlo
addosso.
Ce ne stiamo così un lungo minuto.
Poi di nuovo quel luccichio nei suoi occhi. Un misto di malizia, saggezza, comprensione e bontà che scalda proprio il cuore.
Gliene sono molto grata nonostante io non lo conosca per niente e non sappia in fondo nulla di lui. Quello sguardo non domanda nulla, ma dà tanto. Un sorriso offerto e non chiesto per il mio piccolo cuore un po’ malato, un po’ offeso.
Mi guarda con quegli occhi lucidi e vivi e tranquillamente mi dice:
«Ho un’idea, se ti va.»
Curioso… è passato improvvisamente al tu, senza preamboli.
Gli sono grata anche di questo. Poi beh… ormai lo so: mi piacciono le sue idee!
Annuisco senza parlare. Sono sicura che anche il mio occhio luccica, lucido e vivo, in maniera curiosamente simile al suo…
«Io adesso vado a preparare una bella cena. Del pesce. E tu te ne stai un po’ qui
tranquilla a guardare il mare. C’è una piccola camera degli ospiti al piano di sopra, se hai voglia di restare, dopo cena…»
Mi dice la sua idea con tutta naturalità. Non ha per niente l’aria della proposta. È piuttosto un proposito, un programma, un dai, allora facciamo così. Eppure non è assolutamente imposto, interpreta pienamente i miei desideri e lo accetto, senza difficoltà, completamente libera.
«Posso fare qualcosa per aiutarla?»
«Sì. Vai solo fuori, giri intorno alla locanda e ti trovi in un giardino sul retro. In fondo a destra, in un angolo, c’è una piantina di rosmarino. Portamene un paio di rametti. Per il resto… goditi il tramonto. Da qui è spettacolare e dura tantissimo…»
Annuisco di nuovo. Sento stupita che le parole non servono granché e mi piace.
Gli occhi questa volta luccicano davvero. Brillanti. Adoro maledettamente le belle idee semplici, spontanee e inaspettate…
Prima di uscire mi arrotolo una sigaretta. È tutto il giorno che non fumo e davanti al tramonto mi sembra una buona idea.
Esco sulla veranda, faccio come mi ha detto il vecchio.
Il giardino nel retro è fantastico. Non so dire che cosa è, ma c’è qualcosa che lo rende incredibilmente bretone. O forse no… Tutti i giardini del nord, nei posti aspri e ventosi, hanno qualcosa che li accomuna, ma non saprei dire cosa. Qui ci sono dei rampicanti che ricoprono tutta una parete. L’erba molto molto verde di quando l’aria è molto umida e buona. Dei fiorellini rosa scuro, qui e lì. Delle aiuole ben curate. Il vecchio ama anche il giardinaggio – pare.
In fondo alla lunga parete di rampicanti trovo la piantina di rosmarino. Accanto c’è anche della salvia e qualche altra erba. Mi attengo alla consegna. Stacco due rametti e torno dentro. Li appoggio sul bancone del bar. Il vecchio è già sparito in cucina. Sento rumore di acqua e padelle. Torno fuori, lentissima e leggera nei movimenti.
Trovo la mia postazione di contemplazione. I tramonti hanno diritto al loro rituale.
Mi siedo nel punto più riparato dal vento, ma al sole. Gli ultimi raggi sono i migliori, quelli che ti scaldano di più in tutta la giornata. Quelli che poi la notte sembra meno cattiva, in attesa del nuovo giorno che arriva. Una rivoluzione completa e via… eccolo di nuovo là, pronto a sorgere di nuovo, o costretto a uscire di nuovo allo scoperto, sarebbe meglio dire…
Fisso lo sguardo sulla linea dell’orizzonte, nel punto esatto in cui il giallo comincia già a sciogliersi nel blu e a creare un curioso effetto rossoarancio, nell’attesa di diventare verde e sparire. Definitivamente.
Il vento continua a soffiare violento e purificatore. Le nuvole lo rincorrono veloci, a ciuffi rosavioletti, come andando, ritardatarie, ad un appuntamento importante. Si scompongono e ricompongono, corrono via, ritornano. Agitate.
Mi faccio schermo con la mano per accendere la mia sigaretta. Vari tentativi sono vani, ma alla fine ce la faccio.
Fumo. Osservo. Penso. Sono.
«Faccio fatica a stare da sola… Ho paura. Tanta.»
«Ma dai… non devi. Poi non sei sola… Piangi, se ti va.»
Fa già meno male pensarci. È già meno inesorabile e inevitabile.
Sento odore di disinfettante. La ferita pulita, coperta, curata. Deve solo cominciare a guarire. Fa un po’ male a pigiarci sopra, ma se la lasci tranquilla quasi non si sente. Un po’ di prurito dove il cerotto si appiccica sulla pelle. Solo questione di tempo… e presto si potrà togliere.
No, non sono sola. Lo so.
Se non altro ora, qui, c’è questo sole caldo. Già siamo in due…
E lui piano piano scende. Si colora tutto di rosso, si veste da sera e mi saluta gaio. Se ne va. Mentre la notte scende sento un brivido che mi avvolge tutta, improvviso. Una raffica di vento inaspettata che entra fugace sotto la mia giacca. Poi se ne va anche lei.
Resto di nuovo sola.
Guardo ancora il mare, a lungo. Fisso l’orizzonte, solo di tanto in tanto distratta da qualche
linea di spuma bianca, eccitata dal vento. Tutto si tinge di blu scuro molto intenso. Prima accogliente, morbido, piacevole. Poi pian piano i contorni diventano meno nitidi, il blu è piuttosto un nero adesso e l’ultima luce se ne va. Parte com’è venuta.
Torno dentro.
Un odore forte e buono di pesce al forno invade le mie narici appena varco la soglia. C’è sfrigolio di fornelli, ancora rumore di acqua e padelle, di coltello che batte costante sul tagliere di legno.
Mi affaccio timida alla porta della cucina. Ho un po’ timore di varcare il limite di un territorio non mio. Ma appena arrivo lì e guardo dentro, il timore si dissolve svelto svelto. Resta solo un grosso sorriso malizioso…
Il vecchio, concentratissimo sul tagliere, taglia con un coltellaccio affilatissimo e tanta devozione delle foglie di prezzemolo in pezzetti piccoli piccoli. Davanti a lui, sui fornelli, una salsa che sa di limone e altre spezie emana un aroma d’altri tempi. Il forno, acceso, sbuffa zaffate che sanno davvero di mare. Un calice di vino bianco riposa accanto al tagliere.
Contemplo la scena per lunghi istanti, affascinata come davanti al tramonto di poco fa.
Poche cose mi fanno così bene al cuore come la meraviglia e il calore sornione del sole al tramonto e l’atmosfera delicata delle otto della sera dentro una cucina che sa di aromi pazientemente costruiti con lentissima passione.
Del resto il vecchio è così preso che non si accorge assolutamente di me. Fa tutto con estrema calma e costanza. Io lo chiamerei amore. L’unica qualità necessaria – oltre a dei buoni ingredienti scelti con sapienza – a fare un buon piatto.
Incrocio le braccia, mi appoggio allo stipite della porta. Lo guardo ancora. È troppo bello…
Finito con il prezzemolo, alza lo sguardo soddisfatto verso il suo calice e mi vede.
Sorriso malizioso anche lui.
Alza il calice verso di me come a brindare, valuta lento il colore del vino controluce.
«Un po’ di vino?»
Annuisco per la terza volta.
Aspettiamo il pesce sorseggiando vino bianco senza parlare. Apparecchiamo un tavolo
della locanda, vicino alla lunga vetrata. Sulla linea del mare si sono accese varie lucine fioche e vibranti. Barche che escono a pescare.
Il vino è ottimo. E la cena.
Mangiamo per un po’ in silenzio, poi il vecchio mi guarda e comincia di nuovo a parlare.
«Anche io ero molto innamorato un tempo. Lei per me era bellissima e significava tutto. Si tratta di quei sentimenti totalmente soggettivi, che non hanno niente a che vedere con la razionalità o l’oggettività. Hai accanto a te una persona, delle più comuni in fondo, ma per te è speciale. Incondizionatamente eccezionale. Senza sapere perché.»
Esita un po’ su quest’ultima frase. Riflette. Poi continua.
«O forse no, in realtà lo sai perché. È eccezionale perché arriva dal niente, come tutte le altre, e senza fare nulla di particolare cambia improvvisamente e inaspettatamente tutto il corso della tua vita. Ti destabilizza completamente, come se subissi una perdita totale di senso. Poi, piano piano, il senso ritorna e ti accorgi incredulo che è solo lei.»
La presenza di lei rimane sospesa tra gli occhi luccicanti e luminosi del vecchio e il silenzio ancora carico di aromi di pesce della locanda. Non so cosa dire.
Provo un profondo rispetto per la storia che mi sta raccontando. Tanto rispetto che rinuncio completamente a tutta la mia curiosità.
Penso intanto che ha colto pienamente il punto e non avrebbe potuto usare parole migliori.
Sento che qualunque cosa io possa dire in questo istante, dopo questa verissima verità, risulterebbe totalmente fuori luogo e banale.
Tanti piccoli spezzoni di pensiero occupano la mia testa, tanti pezzi di frase, tante immagini, tanti sogni e desideri, rincorsi e poi spezzati, oppure ancora vivi e attualizzabili.
Eppure questa volta non mi distraggo. Guardo il vecchio con estremo interesse e aspetto che continui, senza fretta.
Lui versa ancora un po’ di vino, per tutti e due. Ha gli occhi veramente lucidi adesso. Questa volta è un lucido di nostalgia. Lo riconosco bene.
«Tu avevi gli occhi tristi oggi, quando sei entrata. Adesso sono meglio. Ridono…»
Sorrido anche con la bocca quando lo dice. Poi arrossisco.
«Ti è piaciuto il pesce?»
«Era ottimo» faccio io annuendo.
«Se c’è una cosa che da queste parti non mancherà mai, è il pesce buono! Poi sai… ho i miei contatti…»
Di nuovo quel sorriso malizioso di prima.
«Anche il vino è molto buono.»
Mi sono accorta che la testa mi è diventata un po’ pesante, che comincio a sentire il peso dei tanti chilometri di oggi e che questo vino, che circola adesso vivace dentro di me, mi culla i pensieri in modo tremendamente leggero.
Sorrido di nuovo. Anch’io maliziosa.
Sparecchiamo con calma e mi offro di lavare i piatti. Il vecchio accetta benevolo
annuendo.
Mi è sempre piaciuto lavare i piatti dopo una buona cena, anche se ci sono tante persone e i piatti si accumulano in pile alte attorno al lavello. L’acqua che scorre, tiepida, il rumore delle pentole e dei piatti le une contro gli altri, essere soli davanti al lavandino, oppure accompagnati da qualcuno che asciuga accanto. Un senso di focolare, un’impressione di genuinità antica. Poi mentre sono
lì, le mani bagnate e un po’ screpolate dall’acqua che scorre, penso. Ed è come se
riassaporassi l’atmosfera di tante belle cene passate.
«Stasera ti faccio un risotto al radicchio, va bene? È una cosa delle mie parti che qui non si trova… Mmm… è buono!»
Ritornano le immagini, riescono ancora da sotto il tappeto.
«Sai cosa? Mi piace il radicchio… Non sono abituato a questo sapore amarognolo. È
buono…»
Tutti i buonissimi radicchi della mia vita non hanno alcun senso rispetto a quello. Un radicchio trevigiano comprato alla Coop. Inutile e banale come tanti altri. Nemmeno particolarmente saporito. Eppure…
Eppure è un radicchio speciale. Ne ricorderò il sapore per anni…
Ho di nuovo un sorriso obliquo sulla faccia. Ma è pur sempre un sorriso – mi dico un po’ amaramente.
Finisco di fare i piatti, passo un po’ la spugna sul piano, asciugo l’acqua, lascio tutto in ordine, come piace a me.
Il vecchio è sparito.
Mi metto con il naso praticamente appoggiato alla vetrata e guardo un po’ fuori. La testa ancora pesante.
Il mare ha l’aria proprio incazzata adesso. È tutto nero nero e non si distinguono bene le forme, ma si sente bene il vento e si percepisce la conseguente collera dell’acqua.
Sono di nuovo un po’ sola qui davanti a tutto questo mare. Ho di nuovo un po’ voglia di piangere, di lasciarmi andare allo sconforto, abbandonarmi al dolore come se fosse un posto sicuro dove stare. Certo non eccezionale ma almeno sicuro.
Lo trovo un po’ assurdo, eppure è proprio così. Il dolore è terribilmente sicuro.
Sai che c’è e te lo tieni. Può andare via solo quando lo vuoi davvero e solo quando il tempo contemporaneamente decide di portarselo via.
Mentre mi perdo tra le onde nere del mare interiore, non mi accorgo che il vecchio è
tornato e mi aspetta con una vecchia scatola di latta tutta piena di foto. Si schiarisce piano la voce, per farmi accorgere discretamente della sua presenza.
Mi mostra piano, una ad una, le foto senza parlare.
Sono le foto della sua donna.
È bellissima, è vero.
Capelli bruni, mossi, lunghi, quasi sempre sciolti sulle spalle. Occhi grandi, castani, lucidi, sorridenti. Dei vestitini con colori pastello, leggeri, frivoli.
Le guardiamo in silenzio per un po’, in piedi, vicino alla vetrata.
Poi il vecchio si scuote un po’, d’improvviso, rimette via tutte le foto e mi dice:
«Ti ho preparato il letto di sopra, vedrai che dormirai bene…»
«Grazie. Lei è veramente un tesoro. La ringrazio tanto»
Alza rapido la testa in un cenno che mi dice «e di che?».
Non ho più nessuna voglia di abbandonarmi allo sconforto. È passata.
Saluto il vecchio con un sorriso e salgo di sopra.
La camera è piccola e accogliente, il pavimento in legno, mobili antichi pieni di libri, un’atmosfera quasi da casa delle bambole. Al centro un letto con la testata in metallo, antico anche lui, in linea con il resto.
Mi spoglio in fretta, sono distrutta. Mi infilo sotto le coperte. Le lenzuola sanno di buono, sono spesse e ruvide, come si usava una volta. C’è un silenzio totale, completo, che prende tutto ed è tremendamente riposante, per nulla invadente.
Chiudo gli occhi lentamente e subito non ricordo più nulla.

Un odore di caffè e croissant sale fino in camera a stuzzicare il mio naso addormentato e solleticare i miei sogni dolci spingendoli a mescolare per un attimo il reale con l’irreale.
Ad un certo punto il reale prende – senza disturbare – il sopravvento e mi fa aprire gli occhi piano.
Sono riposata. A giudicare dalla luce che si infiltra tra le persiane, deve essere
anche abbastanza tardi.
Mi rotolo ancora un po’ tra le coperte. Poi mi alzo. Con calma. E mi vesto.
Scendo al piano di sotto.
Trovo il vecchio seduto sulla veranda che fa colazione al sole.
Beve il suo caffè e si gode il caldo davanti al mare.
«Buongiorno» dico uscendo sulla veranda con un sorriso.
«Dormito bene?» mi risponde lui.
Annuisco sorniona. Ho dormito veramente bene.
«C’è tanto silenzio qui. Si dorme divinamente»
Mi fa cenno di sedermi. Di prendere del caffè.
Me ne servo un po’, in una grande tazza già preparata davanti a me. Mangio un croissant stracolmo di burro. Molto bretone – penso. C’è anche del succo d’arancio sulla tavola e ne prendo un bicchiere.
Il sole che mi batte sulla schiena è caldo e il mare, alle mie spalle, riposa quieto.
Finalmente un po’ calmato.
Mi godo questa pace ancora un po’, mentre finisco il mio caffè. Poi però mi viene
voglia di ripartire. Devono essere almeno le 10 e ho voglia di fare altri chilometri oggi, di vedere altri fari e altre scogliere. Tanto mare e aria umida di sale.
«Penso di partire tra poco» dico al vecchio guardandolo dritto negli occhi.
Sostiene il mio sguardo e illumina gli occhi di un grande sorriso. Il primo vero che mi fa da quando sono arrivata.
«Prima che tu parta voglio mostrarti una cosa»
Si alza e mi fa cenno di seguirlo.
Gli vado dietro senza parlare. Mi porta dietro la locanda, nel giardino.
Cammina lentamente e sembra un po’ più curvo oggi, dopo la nottata. Mi porta nell’angolo in fondo a sinistra, quello opposto rispetto al rosmarino. Ci sono dei cespugli, apparentemente incolti. Mi fa strada attraverso le sterpaglie e ci troviamo in una piccola
aiuola del tutto nascosta e invisibile dall’altra parte del giardino. Al centro c’è un piccola
lapide molto semplice. Senza niente scritto sopra, soltanto inciso un motivo floreale molto delicato.
La guardo in silenzio e capisco. Anche il vecchio la guarda e resta zitto per un po’.
Poi alza di nuovo lo sguardo e mi guarda intensamente con quei suoi occhi lucidi e
orgogliosi. Belli.
«Si chiamava Clara. Come te»
Prima di andare via abbraccio forte il vecchio e lo ringrazio di tutto. Gli dico che sono stata bene con lui e che sono riposata e tranquilla oggi. Dopo un ultimo sguardo un po’ commosso mi allontano verso la macchina. Ci salgo lentamente e aspetto che il vecchio torni dentro. Penso che non gli ho nemmeno pagato il té e la cioccolata di ieri. Pazienza – mi dico.
Infilo le chiavi nel cruscotto e faccio per mettere in moto. Poi esito.
Ehi… ma io non gli ho mai detto che mi chiamo Clara…
Sorrido.
Scuoto la testa.
Annuisco e chiudo gli occhi.
Rido proprio.
Basta così poco…

Leggi anche questo post per saperne di più sulla serie di novelle del 2010.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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