Niente uomini stasera

(una storia vera scritta tra febbraio e aprile 2010, i due protagonisti ora vivono in Cile e hanno una bellissima bambina)

Eccola. È qui.
«Che ne dici di un bar lesbi stasera?»
«Bah… sì, perché no?»
E si va.
Sabato sera.
Sono stanca morta, poca voglia di stare in giro stasera, ma molta di assecondare la mia amica e scoprirla. È il primo weekend che passiamo così a stretto contatto.
Anche con la stanchezza sento buone vibrazioni stasera. Briciole di bellezza. Sono carina e lo so, ma non so dire come. Lo so ed è per me. Per gli altri solo un caldo sorriso, uno sguardo lucido.
«Niente uomini stasera, ok?», mi fa.
«Beh… non ho problemi io, ma ok. Niente uomini.»
Camminiamo accanto nella sera. Non fa neanche freddo. Il bar non ha niente di strano in sé, solo la musica troppo forte che non si può parlare e troppe persone dentro che non si può girare.
La Candi si guarda intorno affascinata, attirata dai colori, dai suoni e dalle persone.
Io ho voglia di silenzio, di chiacchiere scivolose e leggere e invece qui c’è troppo rumore, non è l’ambiente giusto.
Beviamo.
Birra chiara, mi mantengo sul vago.
Lei ha voglia di fare la sofisticata, uno smirnoff.
Mi sento troppo femmina per questo posto. Mi è chiaro che sono… – come dire – troppo etero per la situazione… Ma va bene così. In ogni caso non ne avevo
molta voglia. Più che altro desiderio di starmene tranquilla nel mio guscio.
La Candi è eccitata dal sabato sera parigino, dopo tanti weekend di noia.
Ho voglia di assecondarla, ma fino ad un certo punto… Faccio presente che non ho voglia di perdere l’ultima metro.
«Ecco, se non ti dispiace.»
«Ah… ok» fa lei «va bene, dai. Non è gravissimo.»
Mi sento già in colpa come una bestia… oh… beh… non è mica colpa mia se son stanca e non mi va, no?
Il posto si riempie. Troviamo un tavolino. Guardiamo gli uomini passare.
Nulla di eclatante – penso io. Le ragazze in compenso sono bellissime.
Guardo soprattutto una cameriera in canottiera bianca, tatuata con maestria, taglio corto, capelli neri un po’ scomposti, leggero scazzo, ma si vede bene che è una posa, sotto è simpatica, alla mano.
La Candi punta un tipo occhialuto ricciolino che continua a passarci davanti prima in un senso, poi nell’altro, poi ancora. E ancora. E ancora.
La Candi perde un po’ la testa. Continua a fissarlo, mi chiede com’è.
«Bah… sì, carino…»
Rien à foutre… ma non è male in effetti.
E il tipo cosa fa? Prende e si siede accanto alla Candi.
Sguardo complice: wow… che possibilità c’erano???
Le faccio lo sguardo malizioso: vai vai vai… e intanto penso: ecco, prima delle quattro non la porto a casa… ma bene… va beh…
Guardiamo di sottecchi il vicino di tavolo ricci e occhiali e studiamo i suoi movimenti con discrezione.
È con due amici, un uomo e una donna. Lei gli siede sulle ginocchia, parla veloce veloce, si mangia tutte le parole. Non si capisce niente.
Io e la Candi continuiamo a guardarci in silenzio, complici. È chiaro che stiamo pensando la stessa cosa: sarà mica la sua ragazza???
La studio meglio, guardo come si muove, come si rapporta a lui.
Incrocio di nuovo lo sguardo della Candi: naaaa… non è la sua ragazza.
Pare proprio che il nostro uomo, ricci e occhiali, e la sua amica esagitata stiano valutando le ragazze che passano, esattamente come facevamo noi fino a cinque minuti prima con i ragazzi. Ah… bene, è lesbica. Hai visto, avevo ragione.
Lui parla troppo veloce, muove troppo le mani, fa un po’ il figo. Ah… la solita posa. Solito personaggio molto francese – mi dico. Però dai, buon gusto la Candi. È carino.
Avrà sulla trentina. Capello un po’ lungo, con questi ricciolini. Occhiali montatura grossa, nera, insolita per un francese. Eccentrico. Originale. Un po’ trasandato, ma il giusto, quel che basta ad essere lo stesso affascinante. Almeno per quelle come noi.
Anche a me piacciono i ragazzi così – penso – se solo rinunciasse a quel fastidioso personaggio che odio…
Mentre mi cullo in questi pensieri e continuo il mio gioco malizioso di sguardi con la Candi, la situazione ci sfugge piacevolmente di mano e si realizza davanti ai miei occhi una scena degna dei peggiori film americani. Per la serie: qualche volta accade davvero.
Resto basita e osservo attonita, meravigliosamente impotente.
Il nostro uomo si gira verso la Candi, inconsiderata fino a quel momento, nello stesso istante in cui lei, fintamente e plasticamente indifferente, si gira verso di lui. Si guardano un lungo instante, poi lui dice:
«Ecco… stai lì a guardare tutte le ragazze della sala e a valutarle e finisce che ti perdi le migliori, quelle che ti stanno accanto.»
Non sono sicura che la Candi abbia capito, ma di sicuro se n’è rimasta lì, incantata, a fissarlo. Dolcemente ebete. Fantastica.
«Beh… mica cattiveria eh…» continua lui, perfettamente in linea col personaggio che interpreta «è più una questione di comodità… vuoi mettere il torcicollo a guardare quelle accanto…»
Ci chiede i nomi. Si fa dire di dove siamo. Sostiene che io dovrei chiamarmi Francesca.
«Certo, tutte le italiane finiscono per chiamarsi Francesca.»
Ah… beh… se lo dici tu…
Maledetto personaggio… – penso io.
E poi sparisco – definitivamente – dalla scena. Risucchiata dal background del bar. Come se non esistessi.
Comincia un inesorabile gioco di sguardi, parole fitte fitte, battute, risate. Eh… già… seduzione…
Va bene… via… stasera è andata così. Verso le quattro – forse – andrò a dormire…
La Candi riemerge un attimo dal vortice sensuale che l’ha risucchiata, giusto per presenza.
«Secondo giro?»
«Ok ok, vado io. Prima hai pagato tu.»
Penso rassegnata che l’amicizia è così…
Mi avventuro verso il bancone, prendo tempo, studio la gente. Qui tanto la serata è lunga.
Trovo uno spazio per avvicinarmi giusto in fondo al lungo bancone e mi ci appoggio.
Le ragazze del bar sembrano accorgersi perfettamente che la gente deve ordinare, ma non calcolano minimamente nessuno. Bah… io di fretta non ne ho…
Continuo la mia rassegna dei volti, curiosa. E poi succede qualcosa di insolito. La mia rassegna finisce sul mio compagno di bancone, quello appoggiato accanto a me, che non sembra aspettare le bariste, ma piuttosto sorseggiare lento e annoiato la sua birra, in un posto che evidentemente non è proprio il suo.
Mi sorride. Caldo.
Ricambio e lo guardo meglio.
Capello biondino-castano, corto ma non troppo, un po’ mosso. Barba non proprio appena fatta. Occhi lucidi, chiari. Sorriso timido, espressione pulita, da bravo ragazzo.
E mi scatta qualcosa dentro, non so bene come, non so cosa. Non mi è mai successo.
Metto su il migliore dei miei sorrisi, mi avvicino, bella come il sole, e faccio:
«Certo qui… non ti calcolano proprio, eh? È impossibile ordinare.»
Lui mi guarda, per niente stupito. Anzi, complice.
«Eh… sì… hai provato di là?»
Tutto quello che viene dopo, forse, è solo banalità.
Riesco ad ordinare la mia birra, sorrido, dico:
«Sono con un’amica. A dopo magari.»
Torno al mio tavolo. Adrenalina a mille, che faccio quasi fatica a contenerla.
Wow… l’ho fatto. Ho fatto quel che si dice abbordare uno.
E poi niente… ti infili in un gioco, così, come niente. E cosa fai? Stai alle regole…
Torni là, ordini un’altra birra. Trovi una buona scusa per restare.
«Eh… guarda, la mia amica proprio… si è accozzata ad un tipo e sai… il terzo incomodo… butta male…»
E ci parli e lo ascolti e ti fai chiedere le cose e rispondi e ti fai lusingare.
«Ah… e parli cinque lingue…»
«Ma nooo… e anche il russo… no, non ci credo»
«E… ma poi, quanto hai viaggiato»
Eh… già… quanto ho viaggiato…
Proprio per quello di restare qui non mi va e viaggio… Solo coi pensieri, per questa sera.
Sì beh… gli chiedo il numero alla fine, faccio tutta la simpatica, finta timida. Arrossisco pure che quando mi accorgo penso: ommioddio… ma che fai? Dai…
Le regole… Sono così. Cosa ci devo fare…
L’ora dell’ultima metro è passata da un pezzo ormai. Il mio uomo se n’è andato con l’ultimo vagone. Ho un numero di telefono in più nella mia rubrica, un’amica tutta innamorata che è veramente un piacere vederla. Una serie di paranoie tangibili e inutili, quanto inevitabili, si affacciano già in lei, solo da un istante allontanatasi dall’amato e io…
Solo un malizioso sorriso obliquo sul volto.
Felice. Stanca. Asciutta.

Leggi anche questo post per saperne di più sulla serie di novelle del 2010.

Annunci

Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

  1. lidice2

    La forza di questo racconto l’ho sentita nella riuscita trasmissione del sentimento “contraddittorio” . Della ambivalenza che già il contesto del luogo in cui è inserito crea. Ci sono molti piani narrativi che si nutrono a vicenda in modo adeguato. La prima persona è efficace e permette la riflessione senza farla divenire centrale. Le dinamiche sono orchestrate come in una sceneggiatura “asciutta” . Nell’ultima parola tutti i significati di quel distacco che però sentiamo appassionato e ragionato, Intuibile. Un piccolo viaggio con tanto di ritorno consapevole al sè. Direi che le dosi sono molto equilibrate e si presta a una lettura interpretativa. Direi raffinato.

    Liked by 1 persona

  2. Oh… O_o
    Ti ringrazio, è proprio una bella critica! 😀

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: