Tarantolate

Paimpol, Côte d’Armor, 22, costa nord della Bretagna. Un sabato di mezza estate. Un festival di musica popolare, suonano gli Officina Zoè, pizziche e tarante direttamente dalla Puglia.
«Andiamo?», ti dice Anna con la scintilla della tarantolata negli occhi.
Come dire di no? Vuoi scrivere, vuoi pensare, devi avanzare… ma… come dire no alla passione? No, non sei capace, non sei stata capace mai.
«Sì, andiamo! Mi farà bene ballare», che poi lo sai perfettamente che ti fa bene ballare, soprattutto quando viene dal sud, soprattutto quando porta il sole, quando intorno finiscono per esserci soltanto ulivi, terra rossa bruciata, lucertole e odore di friselle inzuppate fino a rigurgitare di succo di pomodoro e olio di oliva. Quando una donna sola – i piedi nudi, un vestito bianco, leggero, le si incolla alle coscie per il troppo caldo, il sudore le imperla le tempie – cammina sulla terra fatta di sabbia e pietruzze, rossa, arida, asciutta, viene punta dalla tarantola, un tamburo si mette a battere e lei perde il controllo di sé, sotto le olive non ancora mature diventa la creatura più seducente di tutti i tempi…
Allora andate. Una Yaris grigia in affitto, un’autostrada gratuita bretone, una strada dritta, un’illusione, una chiacchierata fitta, una campagna verde, piatta, uguale a se stessa per chilometri, un limite ai 110.
Allora andate e approfittate per conoscervi, scoprirvi, capire. Capire cosa muove il brillantio degli occhi dell’altra quando si illuminano così di passione.
Va bene, la danza, ma deve esserci altro. C’è sempre qualcos’altro.
Un ritmo sostenuto già in macchina, non fa altro che accelerare, insiste, a sapere.
Poi la musica, poi un’esitazione – solo un istante – e via… date spettacolo.
Altri italiani non ce n’è, altri ballerini sì, ma nessuno che abbia il segreto della pizzica, il morso della tarantola nel sangue.
Girate, girate, girate.
Il ritmo incalza, il tamburo non la smette, ha l’aria di non voler smettere mai più.
No, non smette più e girate, vi guardate, vi avvicinate, vi allontanate, sorridete, quasi cadete, ma lui non la smette più, non la smetterà mai più.
Mondo francese intorno, guarda, non capisce, ammira, invidia.
La spontaneità, ancora non ha capito come si fa, forse non capirà mai.
Girate, girate, girate ancora.
E giocate, coi i foulard nell’aria, ciascuna il suo colore, l’odore, le forme, il modo di sorridere, la seduzione.
Girate, girate, girate.
Non la smette più, non la smette.
Vi prendete, vi lasciate, venite, poi andate, vi rincorrete, poi girate.
Occhi negli occhi, il mondo francese non esiste, c’è solo quello pugliese, la terra, rossa, arida, asciutta, gli olivi.
Le creature più seducenti di tutti i tempi…
Sul molo di Paimpol, l’aria è fredda, il mare scuro, la marea alta, il cielo si fa rosa tardi, i vestiti non si incollano col sudore, ma gli occhi sono brillanti.
La danza… va bene. Ma c’è sempre qualcos’altro… sempre.

Don Pizzica – Officina Zoè
Ballati tutti quanti (lu core meu)

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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