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Ti divincoli impiastricciato nel liquido amniotico e, mentre l’agitazione ti impedisce di trovare pace e smettere di muoverti in tutti i sensi, aumentando esponenzialmente il tuo senso di soffocamento e opressione, capisci che non ne puoi più di starci in mezzo.
È stato certo piacevole cullartici, ci hai preso gusto e, via via, nei mesi del lungo travaglio, ti è sembrato sempre più spesso che fosse saggio restarci, più prudente e più comodo, oltre che più economico per le tue risorse limitate.
Ora però è finita, lo spazio è troppo risicato, così stretto, angusto, poco luminoso, ti fa mancare il respiro e cominci a sospettare che sia più conveniente uscire, anche se dovesse rivelarsi complicato stare là fuori.
Una nascita.
Venire al mondo, trovare la luce, uscire dalle viscere materne che ti hanno protetto fino ad ora, andare a sbrogliartela da solo.
Cominci a spingere senza intenzione. Fai finta con te stesso che l’intenzione non ci sia, ma dissimulando spingi un po’ di più. Le braccia, le gambe, hanno voglia di muoversi, scalciano, si agitano.
Bisognerà fare i conti con la luce che appena arrivato fuori ti accecherà momentaneamente, ma non ci pensi, non importa, sei preso a spingere, ormai vuoi solo andare fuori. La luce, il puzzo di inquinamento, la faccia livida che avrai, i sorrisini idioti di chi ti accoglierà, le catastrofi umane, il mondo, le bestie feroci, l’indomabile natura… non importa, vuoi andare a vedere di persona. Sempre meglio di questo impiastricciamento angusto e soffocante che dura da troppo tempo ormai.
Allora spingi, insisti a scalciare in tutti i sensi, poi ti calmi: bisogna giocarsela con stile, se continui a scalciare sarai espulso invece di nascere comodamente al tuo ritmo. Cerchi un aggiustamento, ti giri e rigiri, ti chiedi quale sia il metodo più efficace, per uscire prima, per farsi meno male, per avere meno paura.
Eccolo, ce l’hai: ti metti di testa. Più rischioso all’atterraggio, certo, ma decisamente più efficace per la fuoriuscita. Qualche dio ti aiuterà là fuori, non puoi occuparti di tutto adesso, già questa spinta pare abbastanza onerosa. Prevedere, prevenire, anticipare, ti sei stufato, ora si va solo a vivere.
Allora spingi coi piedi all’indietro, allarghi con le mani le pareti che ti serrano lungo i fianchi, ti protendi in avanti con tutta la testa, cerchi la luce.
È una spinta diversa dalla precedente, lucida, intelligente, riflettuta, ogni sforzo corrisponde ad un millimetro in avanti, nessuna energia viene sprecata. Hai trovato la chiave, ma non c’è tempo per gli autocompiacimenti: bisogna uscire, subito.
Spingi più forte, tutte le risorse che hai sono spese nello sforzo e per fortuna – ne apprezzi soltanto ora, finalmente, tutti i benefici – ti sei preso cura di te come si deve durante il travaglio e sei in ottima forma.
Non fai nemmeno in tempo ad accorgerti che c’è un bagliore giù in fondo alla cavità, nella quale ti divincoli non sai nemmeno più da quanto tempo, che sei catapultato fuori, come sugli scivoli dell’Acquafan di Riccione, sei già in piscina prima ancora di aver realizzato di esserti lanciato giù.
Appena fuori ti viene spontaneo emettere un grido che ti lascia sorpreso della potenza dei tuoi propri decibel, così meno attutiti senza il liquido intorno.
Ti accoglie una luce arancio, soffusa, calda, confortante, ti guardi intorno stranito, stravolto, calmo, ti sfiori le membra, a sentire che sei vivo, al contatto con l’aria e non più con il liquido, non ti sembra vero che sia stato così semplice. Bastava solo decidersi, girarsi, spingere.
Certo per nascere si deve esser pronti, le parti devono essere tutte ben sviluppate, il travaglio completo, la gravidanza matura.
Inutile cercare di accelerare i tempi. Ci vuole il tempo che ci vuole.
33 anni, capirai…

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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