Liquefazione

Essere donna significa liquefarsi periodicamente. Divenire di punto in bianco sostanza liquida, rischiare lo spargimento, lo sgocciolamento, uno sbrodolamento, una sorta di perdizione.
In quei momenti ci si spande, si scivola via rapide, si finisce per andare a riempire tutti gli interstizi, ci si sparge, si ha paura di perdersi, così divise dal nucleo come ci si ritrova tutt’a un tratto. Si cerca disperatamente un contenitore, per non sprecare tutto. Una forma definita, di una rigidità intrinseca, magari dotata di flessibilità e morbidezza, ma limitate, circoscritte.
Lo yin è associato alla pioggia, l’energia potenziale, alla maternità, il femminile. Una donna è più yin, la sua sostanza principale è liquida, la sua energia, potenziale, di tanto in tanto torna quindi alle sue origini.
Che il periodo delle mestruazioni corrisponda con il momento di maggior liquidità potrebbe andar da sé e spesso – quasi sempre – è vero, ma non si tratta di una legge intransigente, dipende da donna a donna.
L’uomo, se lo sa fare, con la sua energia più yang, cinetica molto più che potenziale, è il migliore contenitore che una donna possa trovare nei suoi momenti di liquefazione.
Una donna in piena, dirompente come un fiume che ha superato gli argini dopo un periodo di forti pioggie, pronta a prendere proporzioni catastrofiche da calamità naturale, imprevista e imprevedibile, si ritrova perfettamente contenuta, resa improvvisamente placida e sorniona – come i ruscelletti che trottano al lato della strada in campagna – dalle braccia di un uomo, diga spartiacque, dai contorni definiti, pronti ad accoglierla e frenarla.
Qualche volta – molto spesso – la donna liquefatta non si autorizza a chiedere all’uomo diga di contenerla, ritiene che non le sia permesso in quanto pretenzioso da parte sua, oltre che ingiusto nei confronti di lui. Altre volte la donna non sa nemmeno di essere in liquefazione, quando se ne accorge è troppo tardi per fare qualcosa, si tratta già di un’alluvione, il liquido si è già infiltrato dappertutto, non resta che chiamare la protezione civile.
L’uomo diga, dal canto suo, non sa di essere capace di contenere o, se lo sa, non si permette di farlo. Gli pare forse di privarla della libertà di spandersi in ogni direzione come crede, ha forse paura di agire con tutta la violenza della sua mascolinità, senza controllare la possenza del muro che può essere d’un tratto innalzato tra lui e lei. Vorrebbe di certo prenderla a ceffoni quando è così incontenibile e già sparsa dappertutto, ma – siccome non è uno violento – di certo non passerebbe mai all’atto.
Certo è che la donna qualche ceffone invece lo prenderebbe volentieri, ma c’è modo e modo di schiaffeggiare. Qui si tratta di farlo per contenere, non per offendere, per ferire, piuttosto per accogliere, assecondare un movimento di spargimento incontrollato e renderlo fluido, placido, tranquillo di nuovo, come fanno gli argini ben construiti nella bassa padana paludosa.
Uno schiaffo verbale può essere una buona soluzione in condizioni normali, ma se le condizioni sono estreme, anche un piccolo schiaffo fisico può essere preso in considerazione: senz’altro meglio che ricorrere alla protezione civile. La donna intelligente questo lo sa, o per lo meno lo sospetta, si rende conto – malgrado la sua vena naturalmente femminista le ricordi che non è bene, per l’emancipazione della donna, ambire ceffoni dagli uomini – che il contraccolpo del ceffone la calmerebbe, le farebbe ritrovare una visione più lucida della realtà, sapere di nuovo quale direzione univoca prendere, senza continuare a spargersi inutilmente da tutte le parti.
La donna intelligente però questo lo tace, se lo tiene per sé e lascia l’uomo sbrogliarsela da solo in mezzo alle periodiche liquefazioni. La donna è meschina, su questo Nietzsche non si è mai sbagliato. E l’uomo è fanciullo in cerca di una presenza materna, pure su questo ci aveva preso.
Ma quando la donna assume la responsabilità delle proprie liquefazioni e l’uomo si fa contenitore per liquidi indomabili, allora nasce l’intesa, la durabilità, la forza della dualità dell’Uno: uno yin che si colora di un’interessante parte yang, uno yang che contiene un’attraente componente yin. E questo… beh… Nietzsche invece non l’aveva proprio previsto.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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