Io viaggio da sola

(o della donna al di là del bene e del male)

[uno scritto cazzaro-filosofico concepito passeggiando sulle alture delle isole di Kastellorizo, Symi, Tilos, Halki, durante un maggio greco, precisamente quello del 2015, quasi interamente scritto il 18 e 19 del mese al caffè Porto Paradiso, Pigadia, Karpathos]

Da qualche anno ho l’abitudine di viaggiare da sola e in questa occasione viaggio da sola per le isole del Dodecaneso, Grecia. Per circa tre settimane ho osservato attentamente tutte le reazioni delle persone che ho incontrato e sono giunta alla conclusione che viaggiare da sola sia, nel mio caso, un comportamento al di là del bene e del male, in un senso del tutto nietzschiano.
Consapevole delle pretese di una tale affermazione e del conseguente grado di aspettative create nel lettore, credo essa necessiti di essere quanto meno ben argomentata, se non addirittura giustificata. È quello che mi appresto a fare nelle prossime righe.
In questi giorni ho osservato nelle persone che mi circondano tre tipi di reazioni, due per gli uomini e uno per le donne. Ne descriverò anche un quarto, per le donne, che non ho direttamente sperimentato, ma che sono sicura esista. Magari avrò addirittura la possibilità di sperimentarlo prima della fine del viaggio.
Le due reazioni che mi sembrano essere più standard, una femminile e una maschile, potrebbero riassumersi con queste due frasi: «Poverina, è sola…» (detto da lei, molto materna) e «Ah… bene! È sola…» (detto da lui, con fare marpione).
Un’altra reazione maschile e il corrispettivo femminile che immagino, ma non ho direttamente sperimentato, mi sembrano meno standard e possono riassumersi entrambe con un: «Ma chissà come mai è sola?». Curioso, attratto e intimidito nel caso di lui; curioso e invidioso, forse in alcuni casi addirittura geloso, nel caso di lei.
Vorrei entrare nel merito di ogni reazione con qualche dettaglio prima di spiegare meglio il mio punto di vista. Ogni reazione tende, a mio avviso, in un modo più o meno consapevole, ad applicarmi una categoria che vorrei esplicitare. Il fatto di potermi affibbiare un’etichetta chiara, che indichi definitivamente il nome della tipologia di persona a cui appartengo, costituisce per gli individui una maniera per rassicurarsi rispetto alla mia provenienza, alle mie intenzioni, al mio essere più in generale. Riporta la mia solitudine a un qualche genere di “normalità”, quindi ristabilisce un ordine. Permette così ai singoli membri della società di non vedere i propri valori inutilmente scombussolati dal rischio di un’eventuale mia “anormalità”.
La morale considerata “normale” in questo caso detta: «non si viaggia da soli se non per necessità».
A partire da questa regola morale, la donna che ha la reazione numero uno: «Poverina, è sola…» sottintende che se avessi avuto un’altra scelta, l’avrei preferita a quella di essere qui da sola. Data l’impossibilità della mia scelta consapevole di essere sola, se ne deduce quindi che sono probabilmente stata abbandonata. Non ho un uomo, non ho amici, forse non ho nemmeno famiglia. L’istinto materno diventa allora fortissimo: una sorta di obbligo morale di tenermi compagnia per sopperire in qualche modo alla mia certo brutale, quanto forse inconsapevole, forma di sofferenza. Lo si fa chiaramente “per il mio bene” e io divento quindi “l’abbandonata”.
Partendo dalla stessa regola morale, l’uomo che ha la reazione numero due: «Ah… bene! È sola…» ha un pensiero in sostanza simile a quello della donna, ma, con una certa malizia, ci aggiunge che se ho osato partire comunque da sola, invece di restare a casa a compiangermi, è perché cerco avventura. E se il piatto è ricco… lui ci si ficca! Le possibilità che io sia abbastanza liberata e abbia voglia di concedermi a lui, senza per altro chiedere in cambio nessun tipo di legame speciale – devo ormai esser abituata alla mia obbligata condizione di abbandono e solitudine – sono infatti piuttosto alte. Quasi se la giocherebbe a scommessa con un amico. Divento quindi “quella facile” e lui può giustificarsi con se stesso dicendosi che forse ho davvero bisogno della sua presenza, “per il mio bene”.
La reazione numero tre e quattro presentano una certa voglia di andare alla ricerca di qualcosa di diverso dalla morale corrente. Sono attitudini che ho definito curiose, persone in qualche modo attratte dalla possibile esistenza di soluzioni creative che non entrino nelle categorie prestabilite. Loro malgrado però vivono in una società dalle etichette chiare e dalle morali ben definite, tendono quindi comunque, in maniera del tutto inconsapevole, a riportarmi a qualche categoria che conoscono già.
Lui, reazione numero tre, è visibilmente attratto dalla mia indipendenza e libertà, non osa disturbarmi, venire a parlarmi o avvicinarmi, ma se gli parlo io allora è ancora più curioso. Per lui divento “l’indipendente” in una sorta di regola morale del tipo «la donna che viaggia da sola è libera» che sottintende di conseguenza un certo «quindi non si interesserà mai a me». Inutile aggiungere tra parentesi che su questo si sbaglia e di molto, ma ci tornerò più tardi.
Lei, reazione numero quattro, risponde a un tipo di regola morale sostanzialmente simile. Questo le provoca una certa invidia e una collera verso chi riesce sostanzialmente in qualcosa che sembra non esserle permesso. Il confronto mette in evidenza, come uno specchio, la paura e le restrizioni che si impone moralmente questa persona. Inoltre, la donna che viaggia da sola diventa in un certo senso una sua rivale, in quanto incredibilmente interessante per gli uomini che hanno la reazione numero tre e appetibile per quelli che hanno la reazione due. In sostanza divento “la sfacciata”, che si permette libertà che non si dovrebbero avere. In questo senso, questa quarta reazione assomiglia in parte alla seconda. La ragazza che la manifestasse sarebbe in parte vittima, suo malgrado, di un certo maschilismo.
Ovviamente le reazioni non si limitano per fortuna a queste quattro, ci tengo a sottolinearlo con cura. Non voglio cadere nelle generalizzazioni troppo brutali. Devo riconoscere, d’altra parte, che durante ogni viaggio incontro sempre persone che sanno piacevolmente stupirmi per l’originalità che li contraddistigue, per la distanza da ogni tipo di convenzione, oppure semplicemente per la capacità che hanno, nella loro convenzionalità, di rispettare completamente l’esistenza di morali diverse e, in questo senso, già di per sé molto al di là del bene e del male con il loro comportamento. Certo le prime tre reazioni si sono presentate a me con alta frequenza, soltanto in virtù di questo ne parlo generalizzandole.
Ma veniamo al perché viaggiare sola sia, a mio parere, un comportamento al di là del bene e del male.
Nel mio caso tutte le etichette che mi vengono attribuite non corrispondono quasi per niente a verità. Dico “quasi per niente” perché qualunque etichetta, per potersi applicare, contiene in sé almeno una piccola, a volte minuscola, chiave di verità. Per esempio durante il viaggio a volte provo un certo piacere ad avere una presenza materna che si occupi di me. Allo stesso modo l’interesse e gli sguardi degli uomini mi lusingano, mi fanno sentire femmina, una bella sensazione da provare ogni tanto. A volte posso essere addirittura spinta a partecipare anch’io della malizia, magari anche ad avere un’avventura. Anche la curiosità e pure l’invidia per la mia indipendenza sono condizioni piacevoli, che mi spingono a considerare l’autonomia che ho, forse anche un certo coraggio, chiamiamola pure sfacciataggine se vogliamo, nel prendere certe libertà. Queste due condizioni, particolarmente, mi spingono a volte ad avvicinare le persone che le causano, ad avere uno scambio con loro. C’è in me una duplice volontà. Da un lato quella di piacere e attrarre, ma dall’altro anche una voglia di farmi esempio, rendermi umana e accessibile perché queste persone si sentano a loro agio nel permettersi la stessa libertà. In questo senso, come ho evocato precedentemente, la curiosità dell’uomo che ha la reazione numero tre, al contrario di quanto pensi lui, suscita tutto il mio interesse. Ogni persona indipendente, libera e coraggiosa ha dovuto attraversare, almeno per un momento, una fase di esitazione, di dubbio e insicurezza. Ogni persona indipendente, libera e coraggiosa ha tutt’ora di tanto in tanto momenti di esitazione, di dubbio e insicurezza. In qualche modo queste persone suscitano la mia più grande empatia, in quanto persone che si accomunano a me molto più di quanto loro stesse non credano.
Anche io infatti sono sottomessa, come tutti, ad una società, una morale, un’educazione, delle etichette. Ho quindi la stessa tendenza a riportare tutto a categorie note. Anche io ho la stessa curiosità verso chi è più indipendente e libero di me. Anche io ragiono secondo categorie che mi aiutano a sopravvivere nel mondo, generalizzazioni a volte tanto approssimative da portarmi completamente fuori strada rispetto al cammino della verità. A meno che non si scelga una vita da eremita si sarà sempre impregnati degli ideali della società, che si voglia o no.
C’è però qualcosa che ci contraddistingue gli uni dagli altri, che ci può permettere di allontanarci almeno in parte dalla morale preponderante nella collettività in cui viviamo, nel periodo storico in cui siamo. Si tratta dell’originalità, vale a dire il processo di essere autentici a se stessi. Originalità quindi nel senso di “esistenza sulla terra in un unico esemplare”, originale, appunto.
Qualunque comportamento umano che vada in questo senso si posiziona in qualche modo al di là del bene e del male. In quanto comportamento individuale, appartenente ad una sola persona, non riproducibile in maniera identica da nessuno, non può, per definizione, rientrare completamente in nessuna morale (al massimo in un’etica personale, ma questa è un’altra storia). Certo ci saranno adiacenze, sovrapposizioni, congruenze con alcuni aspetti delle morali esistenti, ma una corrispondenza totale non sarà possibile. In questo senso non sarà possibile nemmeno dare un giudizio di valore di questo comportamento che si posizioni nel bene o nel male. Soltanto una descrizione della persona sarà possibile. Una descrizione che parli della persona attraverso il suo comportamento.
Facciamo un esempio.
Chiara Mazza è una persona che ama viaggiare da sola, nonostante abbia amici o una famiglia con cui potrebbe farlo in compagnia. In questi suoi viaggi, a volte, ma non sempre, si sente sola e ha voglia di essere coccolata da una presenza materna. Alcune volte ci sono attenzioni maschili che la lusingano, altre volte la infastidiscono. A seconda del momento, Chiara potrebbe decidere di passare o meno la notte con una di queste persone, oppure no. C’è una dimensione di indipendenza che caratterizza Chiara, una dose di coraggio e un’altra di libertà. Sebbene tutto questo sia presente, Chiara non è una persona che fugge l’incontro sociale e anzi, lo scambio con persone a lei affini avviene spesso durante i viaggi. Allo stesso modo, Chiara è una persona che ha paura e a volte si sente in pericolo da sola. In questi casi il coraggio o la libertà non le bastano, il ricorso alle altre persone è necessario, la voglia di essere capita e accettata preponderante.
Come a dire che le etichette non si sbagliano poi di tanto, ma allo stesso tempo sono lontanissime dalla verità.
Per concludere, riporto un passaggio tanto eloquente quanto poco conosciuto, di un Nietzsche relativamente giovane, quello delle Considerazioni inattuali. Questo passaggio viene, in particolare, dalla prima pagina di Schopenhauer come educatore e racconta in breve quello che ho scritto fino a qui. Se non vi ho convinti con le mie argomentazioni, certo maldestre e approssimative, lasciatevi almeno sedurre dalla forza persuasiva del vecchio Fritz, o meglio… del giovane Fritz, quello che nel 1874 diceva:

Un viaggiatore che aveva visto molti paesi e popoli e più continenti, interrogato su quale qualità degli uomini avesse ovunque ritrovato rispose: essi sono inclini alla pigrizia. A molti parrà che, più giustamente e più validamente, avrebbe potuto dire: sono tutti pavidi. Si nascondono dietro costumi e opinioni. Ogni uomo, in fondo, sa bene di essere al mondo solo per una volta, come un unicum, e che nessun caso, per quanto straordinario, riuscirà una seconda volta a mescolare insieme quella molteplicità così eccentricamente variopinta nell’unità che egli è; questo l’uomo lo sa, ma lo nasconde come una cattiva coscienza ‑ perché? Per paura del prossimo che esige la convenzione e in essa si nasconde.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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