Il jazz è meglio del cioccolato

(scritto allo Chat Bavard, Rennes, un martedì manouche dei tanti, precisamente il 16 giugno 2015, intorno alle 22)

Dita abili accarezzano le corde spesse e ruvide del contrabbasso, quasi senza sforzo, vanno quasi da sole, producono note piene, rotonde, gravi, che si rincorrono, come una corsa, non si fermano, danno il ritmo, si occupano del tempo in sottofondo, giocano divertite con le note più acute della chitarra solista, restano morbide mentre quelle si tendono, vanno via veloci, sfuggono troppo in fretta per essere catturate, scivolano sui tasti insieme alle dita, si perdono da qualche parte intorno al manico, brillano di tecnica, di maîtrise, poi si perdono di nuovo da qualche parte dietro il violino e ritornano a giocare con quello, scambiarsi piccole frasi come gli amanti principianti, ancora troppo poco intimi per fare frasi più lunghe. Il violino ha voglia di dire la sua, come una ragazza petulante che ha sempre un’opinione su tutto, manda fuori note celtiche, acide, come un limone, agre, acute e gravi, spigolose, ma ci pensa la seconda chitarra a zittirli tutti, le sue note grattanti, escono dal fondo della scena, come una donna un po’ meno bella ma senza dubbio affascinante. Note rapide, ripetitive, accompagnano l’altra chitarra come farebbe un’amica fedele. Note una dietro all’altra, non ricche, non belle, ma solide, stabili, trasportano la melodia, che, quanto a lei, lei sì che continua a danzare in primo piano… Ma la seconda chitarra chiude i giochi e ruba una risata a fine pezzo, con la sua impertinenza.
Il pubblico se ne resta attonito, a liberarsi, morbido, quasi molle, si fa portar via dai quattro strumenti, quasi fossero di nuovo migliori amici dopo una piccola lite da niente. Le facce stanche, gli occhi disarmati, gonfi, pieni soltanto di voglia di dormire, ma le ginocchia non ne vogliono sapere di articolarsi e mettersi in movimento per dirigersi verso il letto. Il piede, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di smettere di tenere il tempo. No no, proprio non se ne parla. Gratta gratta di chitarra e il piede non la smette di battere, poi si stanca e passa la palla all’altro piede, poi si mettono d’accordo e battono prima uno poi l’altro, poi la testa ciondola e comincia a oscillare anche lei, che manco se ne rende conto.
Note dolci, note rotonde, note chiare, pulite. Note ripetitive, accelerano, corse a scavezzacollo per raggiungere le loro amiche che le precedono. Pausa. Esitazione… Gratta gratta e si ricomincia…
Note piene, fanno venire in mente gli immigrati italiani nel porto di Buenos Aires, un tango improvvisato sulla banchina appena sbarcati, un vestito rosso, le valigie dei primi anni del secolo, i gabbiani, il fischio delle navi che stanno per partire.
Il violino insiste ancora, non lascia il pubblico. In Italia del resto non ci si torna più, il molo di Buenos Aires, “le donne vanno e vengono, vanno e vengono nel porto di Buenos Aires…”.
Una danza improvvisata nel bar e il pubblico ritorna di nuovo qui, le note veloci della prima chitarra seguite dal grattio della seconda, il violino tace, per una volta, e il contrabbasso tiene il tempo sornione…
Il violino ricomincia, figuriamoci se riusciva a starsene zitto a lungo. Ci si direbbe nei bassi fondi di Praga… stasera si viaggia: è andata così… Anche la nebbia calerebbe volentieri se il bar non fosse in Bretagna e non ci fosse ancora luce fuori quasi alle 11 di sera…
I musicisti in pausa, un quarto d’ora, una birra, una siga. Ora di andare. Direzione casa. Le articolazioni morbide, le ginocchia liete, il piede soddisfatto, il sorriso scemo, la testa vuota, le membra leggere, il cuore sa cosa gli serve la prossima volta.
No, non è il cioccolato che ci vuole per scaldarsi… no.
Il jazz è meglio…

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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