Esercizi di stile

Da due anni e mezzo ormai non scrivo nulla su questi schermi.
Le ultime “scaglie” mi avevano deluso un po’, o meglio: mi aveva deluso il mio modo di renderle pubbliche.
Si trattava probabilmente più di liberi pensieri (a volte anche piuttosto sconclusionati) che non di pezzetti di storie. Mi pareva dunque di esser partita su un sentiero molto diverso e divergente da quello che avevo scelto per il blog all’inizio. Qualcosa insomma non tornava più. O nel mezzo blog, che, per quanto si presti in sé piuttosto bene allo scaricamento libero dei pensieri, ho preferito personalmente, almeno da un certo momento in poi, non usare allo scopo di “liberarmi”, scegliendo piuttosto il mio diario cartaceo per lo stream of consciounsness incontrollato. Oppure in quello che avevo voglia di comunicare, che non erano più storie, ma soltanto le mie storie, il che è ovviamente ben diverso. Non voglio dire con questo che le mie storie non abbiano alcun interesse e neppure che le storie che potrei scrivere non si ricongiungano in parte con le mie storie personali. Dico piuttosto che avevo cominciato con l’idea di fare degli esercizi di stile per imparare a scrivere storie che non fossero soltanto le mie e mi ero trovata di nuovo impantanata in una sottospecie di confessorio-diario a cui confidare le mie riflessioni, possibilmente in bella forma e italiano corretto (a differenza di quel che succede a volte dello stream of consciounsness nel mio diario).
Ecco la ragione del lungo silenzio.

La ragione per scrivere di nuovo?
Ho la mano che mi fa prurito da morire da vari giorni ormai, accompagnata a braccetto dalla netta sensazione di avere ancora bisogno di tanti esercizi di stile. La scrittura è, per quanto mi riguarda, un mestiere che si impara col tempo e con tanta pratica. Ma allo stesso tempo, personalmente, ho bisogno del pubblico, sennò la pratica non mi serve. Solo se scrivo per qualcuno, allora lo faccio con vera attenzione e applicazione, anche solo per codardissima paura di un giudizio negativo. Il pubblico è la bilancia del mio rigore e della mia autocritica.
Ho bisogno però di un pubblico libero, che possa andare e venire a suo piacimento, senza la pressione di aver ricevuto da me qualcosa da leggere. Un pubblico non per forza amico, non per forza condiscendente, che possa commentare se vuole o passare giusto inosservato, prender quel che gli serve e scartare il resto. Da parte mia ho solo bisogno di sapere che potenzialmente c’è un pubblico.
Per ora si tratta di questo.
Vediamo quanto dura.

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Informazioni su chiara mazza

Classe '82, sono dottore di ricerca in linguistica, amo le lingue e i viaggi, la psicologia, le filosofie. Mi piacciono soprattutto le parole. E le storie fatte di parole. E i pezzi di parola che fanno le storie. E il parmigiano. A scaglie, con l'aceto balsamico sopra.

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